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di Ilaria Solari

Donna Moderna, 26 giugno 2025

Grazie al progetto “Abbracci in libertà” della Fondazione Santo Versace, nel carcere milanese di Bollate è nato un giardino speciale. Qui le detenute possono incontrare i loro figli in uno spazio accogliente, a misura di bambino. Perché vivere pienamente il ruolo di madri è un tassello importante per ritrovare dignità e speranza. Un parco giochi nuovo fiammante, scivoli e altalene circondate dal verde. L’ombra dei gazebo offre scampo alla canicola. Oltre il muro di cinta, una cordigliera di palazzoni in cemento trattiene un cielo incongruamente limpido.

Potrebbe essere il giardinetto di una qualsiasi periferia milanese e invece siamo nel cuore del carcere milanese di Bollate, che, al netto delle criticità comuni agli istituti penitenziari, gode della reputazione di struttura detentiva all’avanguardia per la rieducazione e la riduzione della recidiva dei reati (è l’istituto di pena che vanta il più basso tasso in Italia).

Da queste parti si prova a dare piena applicazione a best practice orientate alla riabilitazione: la formazione, l’integrazione al lavoro e alla società, anche attraverso l’applicazione scrupolosa di strumenti giuridici come la semilibertà. Vige un regime penitenziario che si fonda sulla responsabilizzazione: salvo casi particolari, le celle restano aperte per gran parte della giornata e le detenute e i detenuti possono muoversi tra le aree comuni. Su 1.380 reclusi, oltre 700 sono impegnati in attività lavorative; a 200 di loro è riconosciuta la facoltà di lavorare all’esterno e rientrare la sera, come accade ad Alberto Stasi, di cui le cronache rammentano spesso la condotta di detenuto modello. Oltre ai reparti residenziali, alla biblioteca, ai laboratori artigianali e industriali, alla serra, alla tipografia e ad altri spazi comuni, a Bollate ci sono anche un nido d’infanzia, aperto sia ai figli del personale sia a quelli dei detenuti - “i bambini sono bambini” commenta la vicedirettrice Francesca Daquino - e 6 camere dedicate alle recluse con figli al seguito, che attualmente risultano (per fortuna) vuote.

Le madri detenute si ricongiungono ai figli con cadenza settimanale. Finora ciò accadeva negli spazi generici dei colloqui con familiari e avvocati, condivisi con gli inquilini del reparto maschile. Ambienti non esclusivi e spogli, che la Fondazione Santo Versace, ente filantropico creato nel 2021 da Santo Versace e dalla moglie Francesca De Stefano Versace, ha deciso di rendere a misura di bambino attraverso un progetto, “Abbracci in libertà”, realizzato con Banco del Fucino e sostenuto da una rete di enti e organizzazioni che collaborano con la casa di reclusione. Il progetto ha riqualificato un’area esterna del reparto femminile, creando uno spazio accogliente per favorire incontri più sereni e protetti tra le detenute e i loro figli. Non ha neanche 30 anni Imge Duzgun, l’architetta dello studio Ideas di Milano il cui progetto “Sentieri di filastrocca” è stato selezionato tra quelli proposti dagli under 35 che hanno risposto alla call to action per immaginare un ambiente che promuovesse il legame familiare e il benessere dei bambini attraverso il linguaggio della bellezza.

I primi a mettere piede nel nuovo spazio che Duzgun ha progettato, il giorno del taglio del nastro, sono Francesca e Santo Versace, anime della Fondazione. Un amore tardivo e tenacissimo, il loro: avvocata, ex dirigente dello Stato e ora vicepresidente della Fondazione lei, imprenditore della moda e filantropo lui, presidente dell’ente benefico che porta il suo nome. “Un’espressione concreta del nostro legame personale” dichiara con trasporto Santo “e del desiderio di restituire alla società parte di ciò che abbiamo ricevuto, sostenendo persone fragili e svantaggiate. Il nostro amore è il primo motore che ci muove a impegnarci”. Francesca e Santo fanno il loro ingresso commossi, mano nella mano, salutano le autorità, il direttore del carcere Giorgio Leggieri, le educatrici e le guardie penitenziarie. La formalità si scioglie quando si presentano alla spicciolata le madri detenute che hanno contribuito alla realizzazione del progetto, istoriando le mura di cinta con le strofe di una Filastrocca dei valori che parla d’amore, dignità e solidarietà. Francesca s’avvicina, le bacia, le abbraccia, le chiama “sorelle”.

Anche a loro spuntano le lacrime. “Immagino il momento in cui i miei figli vedranno questa meraviglia” dice Yvonne, 44 anni, tre figli, una grande, due di 10 e 9 anni. “Mentre il piccolo, quando viene a trovarmi, ha ben chiaro dove si trova, sa che mamma ha sbagliato e sta rimediando ai suoi errori, l’altro preferisce continuare a pensare che io sia al lavoro quando non sto con lui: il parco giochi lo aiuterà. Se lo merita: anche questi bambini scontano una pena” conclude Yvonne. Lei e le altre hanno aiutato l’artista Giulia Caruso a creare un’opera murale che rende più prezioso il giardino: l’abbraccio rappresenta una madre che avvolge col suo corpo un bimbo piccolo e irradia un senso di protezione e cura.

“Siamo presenti nelle carceri con altri progetti, ma qui abbiamo voluto sostenere la maternità” spiega Francesca De Stefano Versace. “Insieme all’accesso al lavoro, la possibilità di vivere pienamente il ruolo di madri è un tassello importante per restituire dignità alle detenute che hanno figli. Il momento dell’incontro è particolarmente delicato, deve avvenire in un luogo accogliente, dove i ragazzini abbiano voglia di tornare. I bambini sono la luce del mondo: io e Santo non ne abbiamo avuti” sussurra in un sorriso la vicepresidente, impegnata anche in Kenya nella realizzazione di una casa rifugio per giovani madri che vivono in strada. “Questo è il nostro modo per tenere accesa quella luce”.

Non ha figli neanche Claudia, che ha girato molti istituti prima di approdare a Bollate, ma ha voluto dare il suo contributo al progetto. “Eravamo in tre a scrivere le parole della Filastrocca, finché una compagna è stata raggiunta dalla notizia della scarcerazione. Chissà quando arriverà, per me. Intanto faccio ciò che posso: studio, leggo, frequento i laboratori. Ma a questa esperienza tengo in modo particolare. Da là sopra le osservo spesso queste madri” confida, indicando una finestra a un piano alto dell’edificio che ci sovrasta. “Vedere i bambini restituisce un senso di normalità. Non tutti qui credono alla nostra possibilità di riscatto, la tentazione di identificarci col reato che abbiamo commesso è sempre dietro l’angolo. Ma molte si trasformano anche in virtù della fiducia che qualcuno sceglie di concederci” aggiunge di slancio. E torna a fissare lo sguardo là in alto, dove dietro ad altre sbarre un gruppo di donne agita le mani in un saluto festoso.