di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 28 agosto 2024
Niente carcere. I servizi sociali del Comune di Milano lo hanno avviato all’unità di etnopsichiatria del Centro Sammartini, e il giovane ha un temporaneo permesso di soggiorno per motivi di cura in un centro di accoglienza. Di cosa sia fatta larga parte dell’umanità che popola le carceri è difficile avere idea dentro le asettiche statistiche, che pur segnalano sempre aritmeticamente maggiore la presenza di detenuti con tre caratteristiche quali l’essere straniero, avere a che fare con la droga, e accusare seri problemi di salute. Poi una mattina, in quella specie di incrocio tra un girone infernale e un avamposto di pronto soccorso sociale che sono diventate le udienze dei processi “per direttissima” in Tribunale, nelle quali davanti ai giudici vengono portate le persone arrestate per strada nelle 24 ore precedenti, ecco il passaggio dallo schema teorico all’individuo in carne e ossa: quello che martedì alla giudice giura di essere finito a fare lo spacciatore perché “senza braccio non mi assume nessuno”.
È un cittadino marocchino trovato con 75 grammi di hashish e dunque arrestato il 26 agosto per detenzione ai fini di spaccio dai carabinieri. Non nega il fatto, dice di essere arrivato dal Marocco in Italia da irregolare, passando dalla Spagna, circa un anno e mezzo fa. Un po’ a Roma, quindi a Milano, vive in parte di espedienti e in parte - assicura - di lavori volanti in agricoltura. Fin quando, però, sei mesi fa resta folgorato da una dispersione di corrente nella fabbrica abbandonata in cui dorme, e in ospedale - spiega tramite l’interprete al Tribunale - gli viene amputato l’avambraccio sinistro.
I servizi sociali del Comune di Milano (che nel corridoio dei processi “per direttissima” hanno un piccolo punto di appoggio per questi diseredati) lo hanno avviato all’unità di etnopsichiatria del Centro Sammartini, e il giovane ha un temporaneo permesso di soggiorno per motivi di cura in un centro di accoglienza a Lodi. Una parabola che la giudice Mariolina Panasiti martedì valorizza insieme al fatto che il giovane risulti incensurato e senza precedenti di polizia, il che la induce a ritenere che “prima dell’infortunio non commettesse reati” e “abbia cominciato solo dopo”: sì alla convalida dell’arresto, dunque, ma no a carcere o espulsione. A piede libero tornerà in Tribunale il 17 dicembre per il seguito del processo.










