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di Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 3 giugno 2022

Stavolta è ammesso tutto, pure le lacrime di coccodrillo, ma la finta meraviglia almeno no. Perché G.T., il 21enne detenuto uccisosi con inalazioni di gas nel carcere milanese di San Vittore, dove in una settimana anche il detenuto di 24 anni A.E.M. si era tolto la vita, non soltanto aveva già tentato 15 giorni fa il suicidio, ma soprattutto non sarebbe proprio dovuto stare in carcere. E questo perché la diagnosi delle sue condizioni mentali lo aveva destinato a una delle “Rems-Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza”, subentrate nel 2014 alla sacrosanta chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari e però zavorrate da una lista d’attesa - dieci mesi la media - di persone “non imputabili” (e perciò poi non giudicabili nei processi per reati commessi in “incapacità di intendere e volere”), ma al contempo “socialmente pericolose” a motivo dei propri disturbi.

Solo che le Regioni hanno tardato ad aprire le Rems (oggi sono 36), i posti (652) restano sottodimensionati, i servizi territoriali arrancano, i centri diurni dentro le carceri fanno quello che possono con la scarsità di psichiatri e psicologi, i giudici non hanno per legge il potere di ordinare l’ingresso del detenuto in una Rems, la lista d’attesa si gonfia. E se la Corte Costituzionale ha iniziato a farsi sentire a gennaio, sempre più spesso la Corte di Strasburgo, attivata dai legali più incisivi, intima all’Italia di mettersi in regola e l’Italia (come di recente in una offerta di risarcimento a un detenuto pur di schivare la condanna di Strasburgo) promette di rimediare ma intanto riconosce di stare violando l’articolo tre della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E ogni volta - al netto dei volonterosi tentativi di arrangiarsi, oggetto lunedì di un convegno di “Area” in Tribunale a Milano tra magistrati, avvocati e psichiatri - parte così un vorticoso carteggio tra Procure-Rems-ministeri-Regioni, ciascuno in cerca del pezzo di carta che formalmente lo esenti da responsabilità. Sia quando, nel limbo di 750 persone che restano in libertà benché dichiarate socialmente pericolose, qualcuno aggredisce un passante per strada; sia quando invece, nel limbo di 60 persone che in lista d’attesa restano tacitamente ma illegalmente in cella, qualcuno si uccide. Come il 21enne di San Vittore, che da ottobre 2021 a San Vittore non doveva stare.