di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 5 dicembre 2022
Roberto Bezzi, responsabile dell’area educativa del carcere di Bollate, parla con entusiasmo del suo lavoro con i detenuti. Un’esperienza quotidiana a stretto contatto anche con tanti volontari per offrire una possibilità di riscatto a chi si metterà alle spalle la vita carceraria una volta riguadagnata la libertà.
“Quando - dice al Dubbio Roberto Bezzi - durante i miei corsi universitari, gli studenti mi chiedono cosa fa un educatore, rispondo dicendo che è una persona con capacità di mediazione, che fa un grande lavoro di rete sia interna che con tutto il mondo fuori dal carcere. L’educatore è un operatore di prossimità: deve stare molto dentro, ma sempre con lo sguardo fuori. Senza dimenticare il legame con le famiglie dei detenuti”.
Quanto è impegnativo svolgere l’attività di educatore in carcere? Vorrei partire da un presupposto. Il lavoro che svolgo da ben ventidue anni io l’ho scelto e rifarei ancora questa scelta. Ogni giorno faccio il mio lavoro con lo stesso entusiasmo con cui ho iniziato nel 2000. È un elemento non di poco conto. Lavoriamo in un contesto complesso. Educazione e carcere sono due parole non facili da coniugare. L’istituto di Bollate offre moltissimi stimoli per le attività che vengono organizzate. La cosa principale che caratterizza Bollate, rendendolo umano ed efficiente, riguarda le relazioni sane. Sono convinto che il punto di forza sia questo.
Cosa intende per “relazioni sane”?
Mi riferisco alla costruttiva collaborazione tra tutti colori che lavorano all’interno dell’istituto, tra il personale e l’utenza che viene ospitata. Con quest’ultima c’è una comunicazione costante, molto chiara e credibile. Non è scontato che tutto ciò sia possibile in una realtà come quella del carcere. Cerchiamo di partire sempre da questo presupposto: le persone che arrivano da noi devono poi uscire con una possibilità in più. Quando una persona entra nel carcere di Bollate, dopo che nella vita ha sempre commesso reati, arrivando da contesti in cui non ha mai pensato di fare altro, viene messa nelle condizioni di cogliere delle opportunità. Ciò grazie ai corsi che organizziamo e alla possibilità di studiare. Si scoprono degli interessi e delle competenze che non si conoscevano prima. Badiamo bene, il carcere crea sofferenza, ma al tempo stesso può consentire ai detenuti di essere capaci di fare altro e avere piacere a fare altro. Il nostro è un carcere molto corale, grazie anche all’apporto del personale di polizia penitenziaria particolarmente attento e professionale.
I detenuti scoprono di essere persone diverse da quelle che erano prima di finire dietro le sbarre?
Direi proprio di sì. Sono tanti a scoprire delle competenze che pensavano di non avere. Aggiungiamo pure che secondo la legge occorre incoraggiare le competenze. Il nostro compito va proprio in questa direzione. Molti detenuti arrivano qui con alcune competenze, ma non hanno avuto mai l’occasione per sperimentarle. La sfida che ogni giorno noi educatori affrontiamo è quella di fare in modo, umanamente e professionalmente, che la pena sia efficace.
Il carcere di Bollate è considerato un modello per questo tipo di organizzazione?
Secondo me, il nostro istituto serve come esempio per lanciare un messaggio del tipo “in carcere si può fare anche questo”. È ovvio che ogni carcere ha le sue peculiarità. Mettere al centro la persona e offrire un servizio è una cosa sempre possibile. Non dobbiamo mai perdere
di vista questo concetto. Tante persone, che prima di entrare in carcere non hanno mai lavorato, da noi scoprono un lavoro, si entusiasmano per questo e guardano al futuro con una prospettiva diversa. Ogni volta che mi trovo di fronte a situazioni del genere, provo grande soddisfazione e mi rendo conto che abbiamo fatto la nostra parte bene in base a quello che la Costituzione afferma al terzo comma dell’articolo 27.
Quali attività svolgono i detenuti nel carcere di Bollate?
Abbiamo due scuole superiori, per la precisione un istituto tecnico e una scuola alberghiera. Sono due sezioni di scuole pubbliche. Inoltre, abbiamo un polo universitario, grazie alle convenzioni con l’Università Statale e l’Università Bicocca, con una settantina di iscritti a diversi corsi di laurea. La Cisco Academy fa invece formazione sulla cyber security. Spazio anche alle aziende che svolgono attività in grado di professionalizzare chi frequenta i corsi. Il carcere deve avere uno sguardo prospettico. Non deve solo pensare al qui ed ora. Deve guardare oltre. È quello che noi educatori cerchiamo di fare quotidianamente.
Con gli educatori collaborano i volontari?
Certo. Sono tantissimi, circa trecento, e sono preziosi. Bollate è un carcere molto aperto al territorio. Sono convinto che la pena debba riguardare tutti. Il territorio in qualche modo si deve rendere partecipe di capire cosa accade alle persone che vengono escluse da dei processi di integrazione sociale. I volontari che vengono a Bollate fanno moltissime cose. Offrono, per esempio, servizi primari, come la raccolta degli abiti o di altri oggetti di primo consumo. Partecipano con noi nel cercare di non farci sfuggire le singole storie. Basta poco perché un detenuto vada in crisi. Il carcere amplifica le sensazioni di sofferenza e di disagio. Avere l’attenzione alta su una realtà che ospita più di 1400 detenuti è possibile grazie alla collaborazione tra gli educatori e i volontari. Più occhi colgono meglio le situazioni. L’apporto dei volontari e degli operatori del terzo settore è fondamentale. Senza dimenticare il supporto prezioso degli imprenditori. Milano è una delle città con maggiore sensibilità del mondo dell’imprenditoria. Noi abbiamo ben 200 detenuti che, in base all’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario, lavorano all’esterno. Alcuni di loro sono stati assunti in contesti di cooperazione sociale, altri in aziende che prima non avevano mai visto un detenuto.









