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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 16 giugno 2026

Collirio negato a un detenuto al 41bis, allarme dei familiari per un altro recluso che riporta lividi per i continui svenimenti. Due associazioni, a pochi giorni di distanza, hanno scritto alle autorità per la salute di altrettanti detenuti della Casa di reclusione di Milano Opera. La prima riguarda Tommaso Costa, recluso al 41-bis, a cui da circa due mesi sarebbe negato il collirio che serve a tenere sotto controllo una malattia autoimmune agli occhi. La seconda riguarda Giuseppe Scalia, che continua a perdere conoscenza e a cadere a terra, e che in una videochiamata è apparso ai familiari con il volto pieno di ematomi. Due storie diverse, lo stesso istituto, lo stesso nodo: l’accesso alle cure di chi vive privato della libertà.

Opera da mesi è al centro della cronaca per diversi problemi, da presunti abusi, a problemi sanitari. È uno degli istituti più grandi e affollati d’Italia, dove convivono le sezioni di alta sicurezza e quella del 41-bis, e dove più volte medici, garanti e associazioni hanno acceso i riflettori sulle condizioni sanitarie dei reclusi. Il sovraffollamento delle carceri nostrane ha da poco superato una soglia simbolica, con un tasso reale che a inizio giugno è andato oltre il 140 per cento della capienza, e i numeri di Opera restano fra i più pesanti. Su questo sfondo la sanità è il fronte più esposto, perché ogni reparto sovraccarico si traduce in visite rinviate, esami che slittano, terapie che faticano ad arrivare. Le due segnalazioni di questi giorni si inseriscono in quel quadro, e lo fanno toccando il punto più delicato: il diritto alla salute di persone che, nonostante appartenga al sistema nazionale sanitario, restano in balia delle autorizzazioni da parte dell’amministrazione penitenziaria.

La segnalazione su Tommaso Costa porta la firma dell’associazione Yairaiha, attraverso la legale rappresentante Sandra Berardi, ed è stata inviata il 7 giugno al Garante nazionale, al magistrato di sorveglianza di Milano, al ministero della Giustizia, al Dap, al provveditorato della Lombardia, all’Ats e alle direzioni di Opera e di Viterbo. Costa, nato a Siderno nel 1959, è stato trasferito da Viterbo a Opera e si trova al 41-bis. È riconosciuto invalido civile, con una riduzione permanente della capacità lavorativa fra il 74 e il 99 per cento, e portatore di handicap ai sensi della legge 104. Soffre di una sindrome di Sjögren con xeroftalmia e xerostomia, una patologia autoimmune cronica che secca gli occhi e la bocca e che richiede presidi continuativi. A questo, riferisce il familiare, si aggiungono la sindrome delle gambe senza riposo, una grave ipertensione e pregressi episodi ischemici.

Il collirio che non arriva - A Viterbo, racconta il figlio e tutore legale Giampietro Costa, il padre era seguito dall’area sanitaria e riceveva le terapie e i presidi di cui ha bisogno. I problemi sarebbero cominciati con il trasferimento a Opera. Da allora verrebbe negata l’autorizzazione ad avere e a usare proprio il collirio che serve a trattare la xeroftalmia legata alla malattia.

Chi convive con questo tipo di disturbo sa bene quanto la cosa sia devastante. L’occhio secco grave non è un fastidio passeggero, è bruciore costante, sensazione di sabbia sotto le palpebre, fastidio alla luce, vista che si annebbia, dolore che non passa. Senza lacrime artificiali la superficie dell’occhio si infiamma e si rovina, fino al rischio di lesioni alla cornea, e ogni giorno senza la goccia giusta lascia un segno che poi non si recupera. Lo dice in modo asciutto la stessa segnalazione, quando ricorda che il collirio “non costituisce un presidio destinato al mero benessere personale, bensì uno strumento terapeutico indispensabile per il controllo di una patologia cronica documentata, volto a prevenire dolore persistente, infiammazioni oculari, lesioni corneali e progressivo aggravamento delle condizioni cliniche”.

C’è poi un secondo aspetto che l’associazione mette in fila. Il rifiuto del collirio non sarebbe accompagnato da nessun atto scritto. La motivazione, una presunta mancanza o incompletezza della documentazione arrivata da Viterbo, sarebbe stata comunicata soltanto a voce. È un dettaglio che pesa, perché senza un provvedimento scritto il detenuto non può conoscere le ragioni del no, non può contestarlo e non può portarlo davanti al magistrato di sorveglianza. Gli viene tolta la possibilità stessa di difendersi. Yairaiha aggiunge di aver ricevuto nel tempo altre segnalazioni simili, sempre da Opera, su decisioni mai messe nero su bianco. E ricorda che, anche se la documentazione fosse davvero incompleta, questo non potrebbe mai tradursi nello stop alle cure, perché l’obbligo di garantire la continuità terapeutica resta in capo all’amministrazione e alla sanità penitenziaria.

Nel testo vengono richiamati l’articolo 32 e l’articolo 24 della Costituzione, l’articolo 11 dell’ordinamento penitenziario e l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’associazione chiede di verificare con urgenza la situazione sanitaria di Costa, di recuperare la documentazione preparata a Viterbo e quella relativa al trasferimento, e di capire perché terapie e presidi già disponibili nell’istituto di partenza non risultino oggi garantiti a Opera.

Il secondo caso: svenimenti e lividi in videochiamata - La seconda segnalazione è arrivata dall’associazione Quei Bravi Ragazzi Family e riguarda Giuseppe Scalia, anche lui detenuto a Opera. A scrivere alle autorità è l’avvocata Guendalina Chiesi, difensore di fiducia e vicepresidente dell’associazione, che ha chiesto con urgenza una rivalutazione clinica complessiva e accertamenti specialistici. Il quadro descritto dalla documentazione sanitaria è pesante: fibrillazione atriale, una cardiopatia aritmogena con un loop recorder impiantato per monitorare il cuore, broncopneumopatia cronica con insufficienza respiratoria e bisogno di ossigeno, apnee nel sonno, diabete, obesità, ipertensione, steatosi epatica, noduli polmonari. La stessa cartella lo qualifica come paziente ad alto rischio cardiologico, da tenere sotto controllo costante. A spaventare di più sono però gli episodi in cui Scalia perde conoscenza. Secondo quanto riferiscono i familiari e riporta il legale, continuano a ripetersi: il detenuto sviene all’improvviso e cade a terra, riportando traumi e lesioni.

In una recente videochiamata è apparso ai parenti con segni evidenti delle ultime cadute, ecchimosi ed ematomi sul volto, soprattutto intorno agli occhi, e ferite alle braccia e alle gambe. Immagini che hanno spaventato la famiglia, preoccupata che dietro quei mancamenti ci sia qualcosa di cardiologico o cerebrovascolare non ancora chiarito. Per l’avvocata Chiesi gli svenimenti che continuano impongono altri esami per escludere aritmie non documentate, eventi ischemici cerebrali, attacchi ischemici transitori, fenomeni embolici. La difesa avverte che una prossima caduta potrebbe avere conseguenze irreversibili, dai traumi cranici alle fratture, rese più pericolose dall’età e dalle tante malattie.

La richiesta è quella di una rivalutazione immediata, di accertamenti cardiologici, neurologici e pneumologici, della lettura dei dati registrati dal loop recorder e della valutazione di un ricovero in una struttura ospedaliera esterna. La segnalazione è stata mandata anche ai garanti delle persone private della libertà e all’autorità di sorveglianza. La presidente dell’associazione, Nadia Di Rocco, ricorda che il diritto alla salute fissato dall’articolo 32 della Costituzione vale per tutti, anche per chi è recluso, e tanto più quando si tratta di persone fragili. Due nomi, due malattie, un solo istituto, e la stessa domanda che torna: quanto la cura riesca davvero a varcare i cancelli di Opera. Così come in tante altre carceri.