di Elisabetta Rosaspina
Corriere della Sera, 11 giugno 2019
Dal 1959 l'Opera San Francesco è il refettorio milanese dei poveri. L'azienda della carità accoglie 25mila persone all'anno da 135 Paesi. C'è un popolo invisibile, a due passi da piazza San Babila, a Milano. Più numeroso degli abitanti di Ventimiglia, poco meno di quelli di Portogruaro o di Ruvo di Puglia. La lingua più diffusa, al suo interno, è attualmente lo spagnolo, con forte accento peruviano. Ma l'italiano segue a ruota e, comunque, l'evoluzione demografica della cittadina, mimetizzata nella grande città, è imprevedibile. Sessant'anni fa erano quasi tutti compatrioti, in arrivo per la maggior parte dal Mezzogiorno, come si chiamava allora l'Italia del sud. Oggi rappresentano 135 nazioni diverse. Ma i loro problemi sono rimasti più o meno gli stessi, la loro speranza non è cambiata: tornare a essere visibili. Nell'attesa, tentano di sopravvivere, più o meno rassegnati alla trasparenza sociale nella quale sono costretti, senza un tetto, senza un lavoro, senza un ruolo, magari senza un affetto.
C'è un ristorante da 180 posti sempre aperto per loro, subito dopo l'ingresso di un hotel a cinque stelle, con cui non sembra aver mai avuto problemi di vicinato. Anche perché l'albergo di lusso è arrivato molti anni dopo e, quindi, era avvertito: la lunga coda che si forma due volte al giorno, da lunedì al sabato, all'esterno del cancello di corso Concordia 3, è da sempre parte del paesaggio della vicina piazza Tricolore, a memoria d'abitante.
Girato l'angolo, in via Kramer c'è il servizio docce, cinque maschili e una femminile. Mentre il servizio guardaroba cerca di accontentare tutti, dalla taglia zero in su. E, al poliambulatorio, i 230 medici (più otto infermieri) hanno avuto, l'anno passato, 9.148 pazienti, con una lieve prevalenza femminile. Forse neanche fra Cecilio, che sessant'anni fa aveva deciso di trasformare l'orto del convento dei Cappuccini in un punto di ristoro per nullatenenti, si era prefigurato un tale sviluppo della sua "azienda della carità" quando, il 20 dicembre del 1959, tagliò il nastro inaugurale dell'Opera San Francesco con il cardinale Giovanni Battista Montini, più tardi Papa Paolo VI.
Nel 2018 l'affluenza è arrivata a livelli storici, con oltre duemila pasti giornalieri forniti, in media, in corso Concordia; e, ai nuovi servizi organizzati a partire dal 1997, si è aggiunta, due anni fa, una seconda mensa, in piazzale Velasquez, con altri 56 posti a sedere e 300 pasti quotidiani, a mezzogiorno, dalla domenica al venerdì. Accanto, anzi, in mezzo ai quasi venticinquemila invisibili che ogni anno frequentano i refettori dell'Opera San Francesco per i Poveri e gli altri punti di assistenza dei frati francescani di Milano, c'è un piccolo mondo antico che non fa nulla per farsi notare. Ridare fiducia Sono i mille volontari che servono i pasti, distribuiscono gli abiti e i farmaci, ascoltano le preoccupazioni, cercano di rimuovere gli ostacoli e di restituire un minimo di fiducia e un massimo di autostima alle ombre della città. Le conoscono e le riconoscono, anche al buio, quando le incontrano infagottate in qualche coperta sotto i portici del centro. A volte le vanno a cercare.
Come Massimo Razzi, 77 anni: "l'uomo delle mutande", si autodefinisce con ironia. Dopo una vita di lavoro, girovagando tra l'Europa dell'ovest e dell'est, talvolta sconfinando fino in Siberia, per occuparsi di logistica industriale, Massimo Razzi è andato in pensione a sessant'anni e si è rimboccato le maniche, trovando molto altro da fare. Non si accontenta del suo turno, ogni lunedì sera, alla mensa di corso Concordia. La notte dopo è in strada a distribuire biancheria intima pulita assieme agli ex scout del gruppo "Apwoyo, che in lingua swahili significa grazie", precisa. A vederlo spuntare, grande e massiccio, con la lunga barba e i capelli candidi, trascinando un trolley o uno zaino pieno di mutande e calzini, i suoi protetti hanno una specie di "déjà vu": Babbo Natale!, lo chiamano, festosi. È lui a ringraziare loro: "Dare una mano - dice - è una soddisfazione per me. Vengo qui egoisticamente. Perché poi torno a casa soddisfatto".
Vito Palmiotti, invece, è "l'uomo del mercoledì". Dal 2006 si occupa delle docce e del guardaroba. Alle sue spalle c'è un'azienda, la 3M di Pioltello. Ma non è sua: è il suo posto di lavoro e di raccolta solidale. In 6-7 anni ha radunato 28 tonnellate di vestiario destinato al magazzino dell'Opera in via Vallazze. Già, il lavoro. "Il momento migliore - racconta - è quando fornisco un completo nuovo a qualcuno che il giorno dopo avrà un colloquio per un'assunzione". Se tutto andrà bene, sarà un ospite in meno ma un occupato in più: "Avete visto i seggioloni in mensa? Qui vengono anche le famiglie".
Nei migliori dei casi sono difficoltà temporanee, in altri ci sono poche speranze: "Ricordo una signora di 83 anni, aveva una casa, ma senza luce e senza gas, perché la pensione le bastava appena per le spese condominiali", spiega Ornella Belluschi, che ogni martedì mattina, tra le 11.30 e le 13, occupa lo sportello dell'Accoglienza. Qui, dopo aver ottenuto e rinnovato alla scadenza del primo mese la tessera d'iscrizione ai servizi, i frequentatori espongono i loro problemi, casomai ci fosse una soluzione. Non sanno di aver di fronte un'imprenditrice, con 46 anni d'esperienza, che li ascolta, li sprona a imparare l'italiano, se sono stranieri, e un mestiere, guidandoli tra le difficoltà burocratiche verso la ripartenza. Verso il pianeta dei visibili.
"Mangiare, lavarsi, vestirsi, sono bisogni primari da soddisfare, ma ce ne sono altri, non meno importanti, come un appoggio psicologico e una vita di relazioni", osserva fra Marcello, erede di padre Maurizio, scomparso in aprile, alla guida dell'Opera. "C'è un mondo parallelo che convive con il nostro, ma i cui abitanti sono finiti nella classe degli scarti, come ha detto papa Francesco. A chi dice che quelli che vivono per strada, magari è perché lo vogliono, propongo di venire una volta a fare la fila qui con loro. Troveranno uomini coltissimi, come Valentino". Chi è? Un invisibile, come il bambino della favola natalizia del regista Giovanni Bedeschi, "Pane dal cielo": un neonato che non tutti riescono a vedere. Dal suo presepe di diseredati, sorride solo a chi ha cuore.










