di Katia Del Savio
mitomorrow.it, 19 novembre 2025
“Nessuno conosce veramente una nazione finché non è stato nelle sue prigioni. Una nazione non dovrebbe essere giudicata dal modo in cui tratta i suoi cittadini più in alto ma da come tratta quelli più in basso”. Sono le parole dell’ex presidente sudafricano Nelson Mandela, che passò 27 anni della sua vita in carcere. Partiamo da questa visione per fare il punto sul complesso tema del sistema delle carceri a Milano, una città che detiene alcuni primati come quello del più sovraffollato d’Italia, il San Vittore (il 225% rispetto alla capienza regolare), il più grande della Lombardia, l’istituto di Bollate, e il minorile più popoloso d’Italia, il Beccaria, nell’occhio del ciclone di un’indagine su violenze che sarebbero state commesse dal 2021 al 2024.
Solo lo scorso 28 ottobre nel carcere Bollate è stato trovato morto un detenuto che si ritiene abbia inalato “volontariamente” del gas, mentre il 10 ottobre, nella stessa giornata San Vittore ha registrato due decessi. Le indagini si sono mosse nella direzione dell’uso di stupefacenti. Con i suoi 91 casi, il 2024 è stato l’anno record di suicidi nelle prigioni italiane e fino al 1° ottobre 2025 le persone che si sono tolte la vita in stato di detenzione sono state 65 (ma da quella data ci sono stati ulteriori casi, l’ultimo il 13 novembre nel carcere di Pavia).
Proprio giovedì scorso a Montecitorio si è tenuta una cerimonia per ricordare i 50 anni della legge sull’ordinamento penitenziario emanata per mettere in pratica l’articolo 27 della Costituzione che recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Come riportato da alcuni quotidiani, in quell’occasione il ministro della Giustizia, Nordio, sottolineando che “il sovraffollamento carcerario lede la dignità della persona” ha sostenuto la tesi che “i suicidi non sono per niente collegati al sovraffollamento” ma che, anzi, è una “forma di controllo reciproco”.
Del tema suicidi in carcere aveva tra l’altro parlato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel discorso di fine anno del 31 dicembre 2024. Da allora sono passati 11 mesi e 13 dal nostro precedente approfondimento sulle “nostre prigioni”. Torniamo quindi sul tema con le testimonianze di tre figure diverse che ruotano intorno agli istituti penitenziari e con l’aiuto dei dati.
San Vittore e non solo: gli istituti penitenziari di Milano
Casa Di Reclusione Milano-Bollate - L’istituto di Bollate con i suoi oltre 1.300 detenuti è il più grande della Lombardia. Essendo stato pensato per ospitare detenuti beneficiari di un trattamento avanzato, presenta alcune peculiarità che lo rendono unico nel suo genere fra cui ampi spazi dedicati alle attività lavorative che attraggono numerosi datori di lavoro esterni.
Casa Circondariale Di San Vittore - La Casa Circondariale, fortemente sovraffollata, costituisce forse il principale punto di immissione di nuove presenze nel sistema penitenziario italiano, ovvero uno degli istituti dove sono maggiori gli ingressi per nuovi arresti. In molte stanze di pernottamento non è rispettato il limite dei tre metri quadri a persona fissato dalla Corte di Strasburgo.
Casa Di Reclusione Di Milano-Opera - La struttura è considerata uno degli istituti più importanti e sorvegliati di tutto il continente europeo. All’interno presenti tutte le sezioni tipiche del carcere giudiziario e penale con esclusione del carcere femminile e minorile. A Opera sono infatti presenti aree dedicate a tutti i regimi e circuiti carcerari speciali esistenti oggi in Italia: 41-bis, E.I.V. (elevato indice di vigilanza), A.S. (alta sicurezza).
L’Istituto Penale per Minorenni “Cesare Beccaria” accoglie minori (14/18 anni) e giovani adulti (18/25 anni) italiani e stranieri, sottoposti a provvedimento restrittivo da parte delle Autorità Giudiziarie minorili. Situato nella periferia milanese (in zona Bisceglie) è uno degli Istituti Penali Minorili più importanti e il più popoloso d’Italia con un tasso di affollamento del 150%. Il criterio principale della collocazione dei ragazzi è quello della “progressione trattamentale”.
Vi sono quindi 5 gruppi “comuni”, collocati nella zona ordinaria che si articola in cinque sezioni, che a loro volta si sviluppano su tre piani. Ognuna delle 5 sezioni ospita tra i dodici e i tredici ragazzi, distribuiti in celle da uno a quattro posti. Al momento sono in corso le indagini sulle supposte violenze commesse da da decine di agenti tra il 2021 e il 2024 nei confronti di 33 minorenni reclusi nel carcere. Dopo i primi arresti avvenuti nell’aprile del 2024, a ottobre l’indagine si è allargata, coinvolgendo in tutto 51 persone, la maggiorate agenti e comandanti della polizia penitenziaria, ma anche dirigenti, medici, infermieri dell’istituto.
Le accuse parlano di maltrattamenti, torture, pestaggi, isolamento prolungato di minori in condizioni degradanti, falsificazione di referti e omissioni consapevoli. Non solo, nel registro degli indagati sono stati inseriti anche l’attuale cappellano del Beccaria, don Claudio Burgio e il suo predecessore don Gino Rigoldi con l’ipotesi di “omessa denuncia”.
Simona Silvestro (Consigliera segretaria dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia): “Tanti i detenuti con gravi patologie psichiche, tuteliamoli anche con misure alternative”.
Il nostro sistema penitenziario si trova di fronte ad un collasso umanitario. Circa il 40% dei detenuti presenta problemi di dipendenza patologica, circa il 30% disagio psichico, più del 40% è di origine straniera. E così il carcere diventa l’ultima fermata per situazioni di grave marginalità, patologia psichiatriche e fallimenti migratori, ma non può essere la risposta. Simona Silvestro è consigliera segretaria dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia e responsabile gruppo di lavoro sulla psicologia penitenziaria.
Come si svolge il suo e quali obiettivi persegue?
“Coadiuvo il percorso di riabilitazione e sostegno dei detenuti, agendo nella dimensione relazionale-educativa. L’obiettivo è garantire la continuità terapeutica e il collegamento con il territorio. I partecipanti ai laboratori vicini al fine pena vengono indirizzati a percorsi individuali per supportarli nella difficile transizione tra l’interno e l’esterno dell’istituto”.
Qual è la situazione negli istituti di pena?
“Il sovraffollamento, unito al cambiamento della popolazione (più persone con gravi patologie psichiche e traumi multipli) e alla carenza di personale, genera un grosso affaticamento per gli operatori. Questo contesto rischia di non riuscire più a garantire la tutela e la cura dei detenuti. L’emergenza più grave è l’aumento costante dei suicidi, un tasso 25 volte superiore rispetto alla società esterna”.
Cosa andrebbe fatto in concreto per migliorare la salute dei detenuti?
“È indispensabile intervenire sui momenti più critici. L’ingresso (dove si concentra un alto tasso di suicidi) e il rilascio a fine pena richiedono il potenziamento dei presidi di accoglienza e dei servizi di preparazione graduale. È poi necessario abolire forme di segregazione e isolamento, che hanno gravi effetti psichici. La Lombardia sta investendo con il Piano Regionale per la prevenzione del rischio suicidario, ma è cruciale agire a livello nazionale. Occorre decongestionare gli istituti e promuovere programmi di cura intensivi territoriali”.
Carceri a Milano, Cesare Bottioli (Segretario della Fp CGIL Milano): “Le condizioni della Polizia penitenziaria non aiutano la convivenza con i detenuti”
Delle molte figure che abitano e compongono la complessità degli Istituti di pena milanesi, quella della polizia penitenziaria è forse quella più controversa. Si parla spesso di carenza di personale, di retribuzioni inadeguate e anche di episodi negativi di violenze fatte e subite all’interno delle carceri. Cesare Bottiroli è il segretario della Fp Cgil Milano.
Quali sono i maggiori bisogni e problemi per la polizia penitenziaria nelle carceri milanesi?
“Il sovraffollamento carcerario va di pari passo alla carenza di personale civile e di sicurezza come la polizia penitenziaria che è uno dei maggiori problemi, con turni di lavoro e condizioni abitative difficili. Gli agenti hanno problemi economici, per cui a volte risiedono all’interno delle caserme delle carceri, e di povertà di personale che porta a turni difficoltosi, a ridurre vigilanza e sicurezza”.
Come reagire di fronte a casi di abusi, come quelli successi al carcere minorile Beccaria?
“Chiunque commetta un abuso di questo genere non può mai essere giustificato, è qualcosa da stigmatizzare. Segnaliamo però le condizioni retributive, lavorative e strutturali spesso inadeguate, che possono portare, sbagliando, a generare una reciproca violenza tra detenuti e agenti”.
Quali i benefici del decreto Carceri di Nordio che prevede assunzioni in polizia penitenziaria?
“Gli effetti del decreto non si sono visti a Milano, sono arrivate poche nuove assunzioni, una goccia in un vaso vuoto. Se esistesse un carcere capace effettivamente di rieducare il detenuto potrebbe sicuramente portare un beneficio. La società non entra all’interno delle carceri e questo crea un problema di connessione con tutto il resto del mondo. Il personale è stremato dall’incapacità di far fronte alle esigenze quotidiane, che spesso porta alla piaga del suicidio dei detenuti ma anche degli agenti, rovinando la vita di molte famiglie. Bisognerebbe enfatizzare di più l’aspetto rieducativo del carcere”.
Stefano Simonetta (Referente del Progetto Carcere dell’Università Statale): “Il più grande polo universitario carcerario d’Europa con l’aiuto degli studenti-tutor”
Ieri pomeriggio alle 16.30 all’Università Statale è andata in scena “La più grande evasione della nostra storia”, un evento che traccerà il bilancio di 10 anni del Progetto Carcere dell’ateneo milanese. Simonetta, professore ordinario di Storia della Filosofia Medievale, Prorettore ai Servizi per gli studenti e Diritto allo studio è anche il Referente di Ateneo per il Progetto Carcere.
Dieci anni di Progetto Carcere alla Statale. Un bilancio?
“Portare l’università nelle carceri è un esercizio del diritto allo studio. I nostri poli di riferimento sono Bollate e Opera, ma abbiamo tenuto corsi anche a San Vittore, al Beccaria e in altre carceri lombarde. Il progetto ruota intorno a tre cose: poter studiare gratis se si è reclusi; andare a far lezione all’interno del carcere insieme a studenti della Statale (su base volontaria, ma abbiamo molte più richieste dei posti disponibili); attivare studenti-tutor che affianchiamo gli studenti ristretti (abbiamo quasi 800 disponibilità da tutte le facoltà)”.
Parliamo di numeri?
“Nel 2015 c’erano 4 studenti in carcere, oggi sono 181. In dieci anni hanno frequentato oltre 300 studenti e una trentina di loro si sono laureati, aiutati dall’avvicendamento di circa 1.000 studenti-tutor esterni. Tra i poli universitari penitenziari siamo il più grande sia in Italia che in Europa, dove nessuno ha numeri pari ai nostri, soprattutto nel novero degli studenti che entrano nelle carceri”.
Come è iniziato il progetto?
“Ero andato a far sostenere degli esami in carcere a 2 di quei 4 studenti originari e uno di loro, un ragazzo albanese, ha fatto uno degli esami più belli che io abbia mai sentito in vita mia. Poi ci siamo fermati a parlare di tutte le difficoltà che ci sono nello studiare in carcere, compreso il fatto che spesso lui stesso fosse visto molto male da parte degli altri detenuti. E ho pensato: facciamo qualcosa! Da allora la Statale stipula una convenzione, che si rinnova ogni 3 anni, con il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria Lombardia”.









