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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 1 maggio 2026

Al carcere di Opera, a Milano, qualcosa di molto grave starebbe accadendo da mesi. Denunce in procura, esposti, segnalazioni di avvocati, reclami collettivi firmati da oltre cento detenuti, quattro interrogazioni parlamentari. Eppure nessuno sembra muoversi. Un muro di gomma che si consolida giorno dopo giorno, mentre dall’interno continuano ad arrivare voci di pestaggi, umiliazioni, minacce di morte. Il primo allarme formale risale al 26 ottobre 2025. L’associazione “Quei Bravi Ragazzi Family”, presieduta da Nadia Di Rocco, presenta una denuncia-esposto alla procura della Repubblica di Milano.

Le segnalazioni riguardano le sezioni A, B e C del quarto piano del primo blocco detentivo: celle senza acqua calda, docce fatiscenti coperte di muffa, infiltrazioni di pioggia, impianti elettrici a rischio cortocircuito, topi e blatte anche nei locali dove si preparano i pasti, campanelli di emergenza disattivati. Un quadro che configura violazioni sistematiche dell’articolo 27 della Costituzione e dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ai problemi strutturali si aggiunge la cronica carenza di personale sanitario e la negazione sistematica di colloqui legali. Caso sollevato, e riportato su queste stesse pagine, anche dall’associazione “Yairaiha ets”.

Nei mesi successivi emergono episodi ben più gravi. L’8 marzo 2026 l’associazione deposita una prima integrazione all’esposto, basata su un reclamo collettivo sottoscritto da 135 detenuti su 147 presenti nelle tre sezioni. Dodici non firmano: per paura di ritorsioni da parte della direzione. Poi arriva il Natale. Nella notte del 24 dicembre 2025, secondo quanto denunciato, alcuni agenti della polizia penitenziaria avrebbero organizzato una vera e propria spedizione punitiva ai danni di un gruppo di detenuti: calci, pugni, corpi spogliati e lasciati al freddo in una cella, minacce di morte. L’episodio è già oggetto di precedenti atti parlamentari di sindacato ispettivo, ma nessuna risposta concreta è arrivata.

“Questa è la prassi qui a Opera” - Il 2 aprile scorso, di notte, accade qualcosa che fa crescere ancora di più la tensione nella sezione di isolamento. Un ragazzo di corporatura esile, meno di cinquanta chili, con problemi psichiatrici, viene secondo i detenuti picchiato da alcuni appartenenti alla polizia penitenziaria. In trenta su trentatré firmano una lettera indirizzata all’associazione. “Non siamo più disposti a vedere queste pratiche di maltrattamenti e abusi”, si legge nel testo scritto a mano. “Stiamo picchiando un ragazzo che pesa meno di 50 kg e con problemi psichiatrici”.

Nella stessa notte un altro detenuto si procura ferite da taglio alle braccia esponendole fuori dalla cella, nel tentativo disperato di fermare quanto stava accadendo. Il sangue scorre lungo il corridoio per oltre trenta minuti. Il personale, secondo la lettera, si rifiuta di avvicinarsi. Quando arriva un ispettore con alcuni agenti, non viene preso alcun provvedimento. I colleghi del turno successivo commentano: “Ma cosa avete fatto, voi fate i danni e poi lasciate i problemi a noi”. Un agente risponde a un detenuto che protesta: “Questa è la prassi qui a Opera”.

L’8 aprile l’associazione deposita una seconda integrazione alla denuncia. Chiede alla procura di Milano di iscrivere la notizia di reato, di acquisire le registrazioni della videosorveglianza della notte tra il 2 e il 3 aprile, di sentire i detenuti presenti, di verificare i referti medici. Chiede al magistrato di sorveglianza e al Garante nazionale di disporre accessi ispettivi urgenti. Nessuno risponde. Nadia Di Rocco, nella sua ricostruzione, è esplicita: “Allo stato attuale, non risulta che sia stato adottato alcun intervento concreto, strutturato e incisivo idoneo a fare chiarezza sui fatti segnalati”. Quattro interrogazioni parlamentari nell’arco di pochi mesi: dall’onorevole Silvia Roggiani, da Roberto Giacchetti, dal senatore Franco Mirabelli e appena due giorni fa da Fabrizio Benzoni e da Emanuele Pozzolo, due interrogazioni distinte depositate lo stesso giorno e dirette al ministro della Giustizia.

Il deputato Benzoni chiede se non sia necessario avviare un’indagine urgente, disporre un’ispezione con il Nas e l’Asl, verificare lo stato delle cure mediche. Ricorda che il report annuale di Antigone ha accertato oltre cinquemila casi di trattamenti inumani o degradanti riconosciuti dai tribunali italiani nell’ultimo anno, un numero che supera persino i livelli del 2013, quelli che portarono la Corte europea dei diritti dell’uomo a condannare l’Italia con la sentenza Torreggiani.

Il deputato Pozzolo si concentra su un aspetto che dà la misura del clima che si respirerebbe a Opera: i detenuti segnalano di essere prelevati di notte dalle celle e portati in luoghi interni dove si consumerebbero violenze, in modo da rendere difficile qualsiasi verifica esterna. Chiede se siano state acquisite le registrazioni della videosorveglianza, se siano state avviate ispezioni, e quali misure si intendano prendere per garantire l’incolumità dei detenuti e prevenire ritorsioni.

“Nessuno si è degnato di rispondere” - Nel mezzo di questo quadro già pesante arriva la testimonianza dell’avvocata Anna Grande, che assiste un detenuto con una storia che vale la pena seguire dall’inizio. Il suo cliente era stato trasferito da Opera alla casa circondariale di Monza per ragioni di sicurezza personale, dopo aver reso dichiarazioni spontanee in dibattimento denunciando violenze fisiche e psicologiche subite ad Opera per mano di alcuni agenti, compreso un ispettore. Solo dopo che l’avvocata aveva diffidato il magistrato di sorveglianza, rimasto inizialmente inerte, era arrivato il via libera al trasferimento.

A Monza ci rimane fino al 7 aprile scorso. Quel giorno viene convocato e trasferito. Destinazione: Opera. Il detenuto si rifiuta. La comandante lo avvisa: se continua a fare storie, finisce direttamente in isolamento. Cede. Contatta l’avvocata attraverso la madre di un compagno di cella. Grande manda subito due diffide, l’8 e il 14 aprile, a tutte le autorità competenti: Garante nazionale, Garante regionale, magistrato di sorveglianza, Prap, direzione di Opera. Solo il Garante regionale apre un protocollo. Gli altri tacciono.

Nel frattempo il detenuto racconta all’avvocata ciò che vede nel reparto. Un suo compagno sarebbe stato prelevato durante una perquisizione ordinaria e portato in isolamento. Lì sarebbe stato costretto a spogliarsi completamente. Gli agenti sarebbero entrati ed usciti alternandosi, picchiandolo. Quando rientra, il corpo è coperto di lividi. Non si fa refertare. Se lo avesse fatto, ha spiegato in seguito, non lo avrebbero riportato in cella. “Vi chiedo di portare questo caso all’opinione pubblica”, dice l’avvocata Grande. “Due sono state le diffide per un trasferimento per ragioni di incolumità personale, e nessuno si è degnato di rispondere o di prendere provvedimenti”.

I detenuti lo scrivono nella loro lettera con parole nette. Hanno segnalato le violazioni, hanno scritto ai magistrati di sorveglianza, ai Garanti che non si sono mai visti. “Non siamo né bestie né carne da macello. Abbiamo segnalato le procedure di violazione dei diritti umani di questo istituto e nessuno vuole né sistemare il problema né fare niente”. Si sono rivolti all’associazione “Quei Bravi Ragazzi Family” perché hanno esaurito ogni altra strada. A tutto questo si aggiungono le denunce di altri avvocati che hanno depositato esposti formali per maltrattamenti, percosse e torture. Il garante nazionale non si è ancora visto. La procura non ha comunicato l’avvio di indagini. Il ministero tace.