di Cesare Burdese
Ristretti Orizzonti, 11 giugno 2026
La sera del 9 giugno scorso, ho cenato presso InGalera, il ristorante attivo all’interno della Casa di Reclusione di Bollate, ospite del Bagatto, storico ed esclusivo circolo culturale torinese. Per molti dei partecipanti, totalmente estranei alla realtà penitenziaria, è stata un’esperienza originale e stimolante: l’occasione di varcare una soglia normalmente preclusa e di entrare in contatto con un mondo sconosciuto. Per me è stata soprattutto un’opportunità di una ulteriore riflessione sui modi attraverso i quali la pena detentiva possa offrire alle persone detenute concrete possibilità di formazione professionale e di reinserimento sociale, in coerenza con il dettato costituzionale e come tutto ciò sia possibile comunicarlo all’opinione pubblica.
Ad accoglierci è stata Silvia Polleri, ideatrice e anima del progetto, che ha illustrato la nascita e le finalità dell’iniziativa: fornire competenze professionali reali, creare opportunità di lavoro e contribuire alla riduzione della recidiva attraverso un percorso di responsabilizzazione.
Con le mie parole rivolte agli astanti ho collocato questa esperienza nella cornice dell’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Da questo punto di vista InGalera rappresenta senza dubbio una delle più riuscite applicazioni di quel monito: un esempio concreto e virtuoso che dimostra come il lavoro possa diventare uno strumento autentico di cambiamento.
Proprio per questo, tuttavia, essa rimane ancora un’eccezione nel panorama di un sistema penitenziario nazionale segnato da croniche carenze strutturali, sovraffollamento e insufficienza delle opportunità trattamentali, dove l’ozio forzato segna la quotidianità detentiva dei più.
Lo spirito del progetto merita pur tuttavia un apprezzamento senza riserve.
La costante presenza di pubblico e il significativo coinvolgimento delle persone detenute in un’attività lavorativa vera, con responsabilità reali e standard professionali elevati, ne testimoniano il successo.
Più problematico appare, a mio parere, invece, il modo in cui la realtà carceraria in quel luogo viene rappresentata ai visitatori.
Se l’obiettivo di InGalera è mostrare il carcere come ambito di lavoro, responsabilità e reinserimento sociale, il nome stesso del ristorante, i manifesti cinematografici a sfondo carcerario sulle pareti, la denominazione dei vini serviti con richiami legati al carcere, producono un effetto ambiguo.
Da un lato questi elementi rendono immediatamente riconoscibile il contesto e suscitano curiosità.
Dall’altro rischiano di consolidare proprio quell’immaginario fatto di sbarre, evasione, criminalità e separazione dal mondo che il progetto vorrebbe contribuire a superare.
Invece di dimenticare, almeno per qualche ora, di trovarsi all’interno di un istituto penitenziario e concentrarsi sul tema del lavoro svolto dalle persone detenute, il visitatore viene continuamente ricondotto alla dimensione carceraria.
Quei nomi, quelle citazioni e quell’allestimento degli ambienti richiamano costantemente il luogo della detenzione.
Come se il carcere dovesse rimanere sempre in primo piano, trasformandosi esso stesso in elemento narrativo e, in certa misura, anche commerciale.
È una scelta che solleva una domanda di fondo: se l’obiettivo è normalizzare la presenza delle persone detenute attraverso il lavoro e l’incontro con la società civile, perché continuare a enfatizzare la loro identità carceraria?
L’insistenza sull’origine penitenziaria rischia infatti di trasformare l’inclusione in una permanente etichetta identitaria.
Si tratta di una tensione che molti visitatori probabilmente non percepiscono.
Diventa invece evidente per chi, come chi scrive, conosce direttamente la realtà detentiva oltre gli spazi aperti al pubblico e sa quanto diversa sia la vita quotidiana dietro quelle mura rispetto alla rappresentazione rassicurante che inevitabilmente emerge da un’esperienza come quella di InGalera.
Ripeto, il valore dell’iniziativa resta indiscutibile, costituendo una modalità efficace e replicabile di inserimento lavorativo durante l’esecuzione della pena.
Ma lascia aperta una questione decisiva: come diversamente contribuire a costruire nell’opinione pubblica una conoscenza più autentica della condizione carceraria italiana?
Il carcere continua infatti a essere uno degli spazi meno conosciuti e più opachi della vita pubblica.
La sua rappresentazione è spesso affidata a stereotipi consolidati, a narrazioni mediatiche frammentarie o a improvvise ondate emotive legate alla cronaca.
In palese violazione del Dettato costituzionale, la vita quotidiana delle persone detenute e degli operatori penitenziari, le condizioni materiali degli istituti, il sovraffollamento, la fragilità dei percorsi trattamentali, le difficoltà di accesso al lavoro e alla formazione, così come gli ostacoli che accompagnano il reinserimento dopo la scarcerazione, rimangono in larga misura invisibili.
Ne deriva una percezione oscillante tra paura, indifferenza e semplificazione, quando non addirittura astio, che raramente consente di comprendere la realtà concreta dell’esecuzione della pena.
Il carcere finisce così per apparire come un luogo separato dalla società, quando invece ne rappresenta una delle istituzioni più significative e problematiche.
L’esperienza di InGalera costituisce certamente un ponte tra il carcere e il mondo esterno.
Tuttavia il vero banco di prova del reinserimento non è il successo di un ristorante all’interno di un istituto penitenziario, ma la capacità delle persone detenute di trovare, una volta acquisite competenze e responsabilità, un lavoro stabile nella società libera, senza pregiudizio alcuno.
La misura più autentica del reinserimento sociale non è un ristorante in carcere aperto al pubblico, ma il detenuto semilibero e l’ex detenuto che lavora in un ristorante della città, accanto a colleghi che non si interrogano sul suo passato, bensì sul suo valore professionale.
È qui che il dettato dell’articolo 27 della Costituzione mostra tutta la sua portata.
Sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del carcere non significa semplicemente moltiplicare le occasioni di incontro tra cittadini e detenuti.
Significa promuovere una cultura costituzionale della pena, fondata sulla dignità della persona e sulla funzione rieducativa della sanzione.
Per questo non basta mostrare esperienze virtuose e rassicuranti.
Occorre anche fornire strumenti per comprendere criticamente il sistema penitenziario nella sua complessità, rendendo visibili le sue contraddizioni, le sue carenze e i suoi fallimenti.
Iniziative come InGalera possono svolgere una funzione preziosa di apertura verso l’esterno, ma solo se accompagnate da un più ampio lavoro di informazione e riflessione pubblica.
Diversamente, il rischio è che il contatto con il carcere si esaurisca in una rappresentazione parziale, capace di suscitare curiosità e simpatia, ma non una reale consapevolezza delle questioni strutturali che attraversano oggi l’universo penitenziario italiano.
P.S. Le portate e i vini si sono rivelati all’altezza della reputazione del locale: eccellenti durante la cena e sufficientemente equilibrati da consentire un sonno sereno al termine della serata.










