di Marianna Vazzana
Il Giorno, 24 ottobre 2025
Il sacerdote, 50 anni passati in via Calchi Taeggi, è finito nell’inchiesta con don Claudio Burgio. “Lì dentro non c’era alcun ‘sistema’. Io vado avanti”. Le loro posizioni stralciate: probabile l’archiviazione. Don Gino Rigoldi e don Claudio Burgio, rispettivamente ex ed attuale cappellano del carcere minorile Beccaria, risultavano iscritti nel registro degli indagati per l’ipotesi di omessa denuncia nella maxi indagine su torture, violenze e maltrattamenti sui detenuti minorenni, ma non hanno ricevuto informazioni di garanzia. E la loro posizione è stata stralciata rispetto a quelle dei 42 indagati per i quali il 30 ottobre inizierà il maxi incidente probatorio con l’ascolto, nei mesi successivi, di 33 vittime per cristallizzare le dichiarazioni in vista dell’eventuale processo.
Nelle oltre 900 pagine ci sono due nomi di indagati coperti da “omissis”. E dietro a quegli “omissis” ci sarebbero i nomi di Rigoldi e Burgio a cui non vengono, però, contestate le accuse mosse dai pm Rosaria Stagnaro e Cecilia Vassena agli ex vertici del penitenziario, tra cui le direttrici Cosima Buccoliero e Maria Vittoria Menenti. A queste viene imputato, infatti, di non aver impedito “le condotte reiterate violenti e umilianti” commesse dagli agenti ai danni di “numerosi detenuti”. Ossia un concorso omissivo nelle violenze. I due religiosi, invece, non avrebbero denunciato pur sapendo quanto accadeva. A loro, comunque, non sono stati “estesi”, come evidenziato in Procura, i maxi accertamenti testimoniali dell’incidente probatorio e, dunque, per la loro posizione arriverà una richiesta di archiviazione.
“Quello che mi fa più male è che si metta in dubbio la correttezza della mia presenza nel carcere minorile Beccaria, dopo tutto il lavoro e l’impegno di oltre 50 anni di vita”. È il primo commento di don Gino Rigoldi, 86 anni il prossimo giovedì, lo storico cappellano dell’istituto penitenziario di via Calchi Taeggi che risultava indagato dalla Procura insieme a don Claudio Burgio (attuale cappellano, che da don Gino ha raccolto il testimone e con il quale ancora lavora fianco a fianco) con l’ipotesi di “omessa denuncia” in relazione ai presunti maltrattamenti, torture e violenze commesse ai danni dei giovani detenuti da parte di appartenenti della polizia penitenziaria.
Don Gino, lei non sapeva nulla di questi presunti maltrattamenti?
“No, nulla. Nessun ragazzo mi ha mai confidato di torture o maltrattamenti, né in carcere e neppure fuori, una volta uscito. E io resto in contatto con tantissimi di questi giovani, che scontato il periodo di detenzione cercano di costruirsi un futuro. Io ho già spiegato alla Procura, alcuni mesi fa, durante un’audizione durata tre ore, di non aver mai assistito a torture, a pestaggi, alla messa in pratica di metodi brutali come il legare ragazzi, né di aver mai saputo di questi presunti avvenimenti... Quel che è capitato davanti ai miei occhi, negli anni, è stato al massimo di veder tirare degli schiaffi, e sono sempre intervenuto in difesa dei ragazzi. Io ho risposto a domande specifiche, in Procura, ribadendo sempre le stesse cose. Non c’era un “sistema” o un meccanismo che scattava in maniera sistematica contro i ragazzi, di cui “tutti noi eravamo a conoscenza” e che tenevamo nascosto. Nulla di simile. E poi tengo a dire anche altro”.
Cosa?
“Che al carcere Beccaria, ogni giorno, entrano decine di esterni: educatori, persone di fondazioni, associazioni... Nessuno si è mai accorto di nulla? Gli episodi terribili che sono stati denunciati non erano certamente parte di un sistema che veniva applicato. E a me non sono arrivati alle orecchie neppure racconti di queste torture che sono poi state denunciate. Né, ripeto, i ragazzi mi hanno mai confidato nulla”.
Lei ha poi appreso, sulla base delle ricostruzioni emerse dalle indagini, di episodi specifici. Facendo mente locale in un momento successivo, non ha pensato a particolari dettagli che avrebbero potuto rappresentare un campanello d’allarme?
“C’è da specificare che in certi casi particolarmente gravi, per esempio dopo disordini che si verificano nelle celle, i ragazzi ritenuti “problematici” vengono trasferiti in altre carceri. Provvedimenti che vengono messi in pratica nel giro di poche ore, e neppure io riesco ad avere in quel momento un contatto con loro. E non c’è solo chi viene trasferito: ci sono anche ragazzi nuovi che entrano ogni giorno, di cui occuparsi. Tutto questo rende ancora più difficile sapere ciò che non viene neppure detto”.
Andrà avanti nella sua missione?
“Sì, io vado avanti. Continuerò a occuparmi del “dopo carcere”, aiutando i giovani che escono dal Beccaria a trovare un posto per dormire, ad avere una formazione professionale, a trovare un lavoro, a ottenere i documenti di cui necessitano. Il mio obiettivo è evitare che ci ricaschino, che non tornino a commettere reati. Continuerò, nonostante quei “dubbi” che generano sofferenza”.











