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di Laura Capasso

Corriere della Sera, 4 maggio 2026

Il rapper e scrittore italiano Kento debutta al Teatro Martinitt con lo spettacolo “La cella di fronte” il 19 maggio. Lo spettacolo racconta, attraverso parola e musica, il microcosmo delle carceri minorili, affrontando sogni, errori, punizioni e speranze dei giovani che le abitano. Kento, pseudonimo di Francesco Carlo, rapper militante appena uscito con il singolo “Ragazzo dei ‘90”, da anni lavora con i ragazzi nelle strutture penitenziarie. Ci racconta la genesi e il significato di questo progetto teatrale.

Come musicista è abituato al palcoscenico, ma questo è il suo esordio teatrale. Cosa l’ha spinta a portare sul palco la sua esperienza nelle carceri minorili?

 Lavoro con i giovani nelle strutture penitenziarie da oltre dieci anni, e credo che l’arte, in particolare la musica, possa essere uno strumento potente di espressione. Molti di questi ragazzi non hanno mai avuto l’opportunità di esprimere veramente i propri sentimenti, lo insegno attraverso il rap.

Nei suoi laboratori di scrittura rap, qual è il rapporto tra tecnica e sentimento?

Nei laboratori, insegno loro a mettere nero su bianco le loro emozioni. Li incoraggio a riflettere su cosa c’è dentro di loro che vale la pena condividere. Non è tanto trasformarli in rapper, ma aiutarli a scoprire il valore delle loro esperienze. Li stimolo a scrivere ciò che provano e poi proviamo a trasformare quel materiale in musica. Il mio obiettivo non è fare di loro degli artisti, ma dare loro la possibilità di comunicare, di esprimersi. In sostanza, dare voce a chi non l’ha mai avuta.

Da queste esperienze nasce lo spettacolo “La cella di fronte”. Com’è strutturato e cosa racconta?

Lo spettacolo ha tre anime narrative. La prima è il racconto delle storie che ho raccolto direttamente negli istituti penitenziari dal 2011 a oggi. Questi racconti si intrecciano con i valori della cultura hip-hop e le canzoni del mio repertorio. Ad esempio, canterò “Nostra Signora delle lacrime”, una canzone che ho scritto nel 2025, ispirata dalla mia esperienza a bordo della Ocean Viking nel 2024, dove sono stato il primo musicista a partecipare alla missione di soccorso. Poi c’è una parte dedicata all’interazione con il pubblico, ma non voglio svelare troppo. Posso solo dire che chiederò agli spettatori di scrivere un messaggio ai ragazzi detenuti, ma poi accadrà qualcosa di inaspettato.

Le è mai capitato di incontrare qualche “promessa del rap”?

Sì, ho conosciuto ragazzi con un grande potenziale. Alcuni di loro ce la faranno anche da soli, ma il mio obiettivo non è quello di trasformarli in rapper. Voglio solo dare a tutti gli strumenti per esprimersi. Credo che il ruolo dell’artista sia quello di andare a cercare ciò che si agita nei “sotterranei” della società e dare voce a chi non ce l’ha o non la sa tirare fuori. Il rap, come strumento, ha un enorme potenziale per trattare tematiche complesse e delicate. Deve essere in grado di parlare di tutto: sesso, violenza, pace, denaro, ma sempre con consapevolezza e intelligenza.