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di Alessandra Laudati

D-La Repubblica, 5 gennaio 2026

A Milano davanti all’ingresso del carcere di San Vittore un’installazione del designer crea un importante dialogo tra arte e sistema penitenziario. Le “Porte della Speranza” sono un’opera simbolica, monumentale, un progetto artistico e sociale che coinvolgerà in un dialogo aperto arte, sistema carcerario e società. La prima Porta (delle dieci che verranno realizzate) si trova di fronte al numero due di via Filangeri, un noto indirizzo milanese, spesso citato nelle canzoni della tradizione cittadina. È una porta aperta, che anticipa le altre nove che verranno installate di fronte ad altrettante case circondariali, otto in Italia e due in Portogallo.

Il progetto prevede il coinvolgimento di grandi personalità del mondo della cultura e della creatività italiana: a Venezia il regista Mario Martone, a Roma il pittore e scultore Gianni Dessì, a Napoli l’artista Mimmo Paladino, a Palermo il cuoco Massimo Bottura, a Lecce il designer Fabio Novembre, a Reggio Calabria l’astrofisica Ersilia Vaudo, a Brescia l’architetto Stefano Boeri. Diversi linguaggi chiamati a dialogare con la comunità carceraria.

Il progetto promosso dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede in collaborazione con il DAP Dipartimento Amministrazione Penitenziaria con il contributo di Fondazione Cariplo, prevede anche itinerari educativi e laboratori per guidare i detenuti in un percorso di crescita personale, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Brera e ALMA, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana. Le porte nascono infatti non solo come sculture simboliche, ma come atto pubblico di visibilità, un dialogo tra arte, sistema carcerario e società civile.

Porte della Speranza è un progetto promosso dalla Fondazione Pontificia Gravissimum Educationis del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede in collaborazione con il DAP Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e realizzata dal Comitato Giubileo Cultura Educazione con Rampello & Partners, con il contributo di Fondazione Cariplo e con il patrocinio del Comune di Milano. Prima Porta della Speranza a firma di Michele De Lucchi, Casa Circondariale di Milano San Vittore “Francesco Di Cataldo”.

Porte della Speranza è un progetto promosso dalla Fondazione Pontificia Gravissimum Educationis del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede in collaborazione con il DAP Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e realizzata dal Comitato Giubileo Cultura Educazione con Rampello & Partners, con il contributo di Fondazione Cariplo e con il patrocinio del Comune di Milano. Prima Porta della Speranza a firma di Michele De Lucchi, Casa Circondariale di Milano San Vittore “Francesco Di Cataldo”.

“La Porta della Speranza è pura e solida presenza, senza muro: non separa, non conduce, semplicemente è. Non distingue un dentro e un fuori, una stanza da un’altra, ma segna un luogo sospeso, aperto al possibile”. Così Michele De Lucchi descrive il pensiero che ha guidato il progetto della sua porta: “È scissa in due alti battenti semichiusi privi di telaio che lasciano intravedere ciò che sta oltre. La Porta della Speranza è lì per dichiarare che la trasformazione è accessibile, che ogni passaggio può aprire uno spazio di consapevolezza, attesa e rinascita”. Una porta senza stipiti, senza architrave: due ante possenti e grosse, in legno, perché il legno, come spiega De Lucchi, “è il materiale della vita, materiale che viene dalla vita e torna vita, diventa humus, sostanza per far ricrescere gli alberi”.

Le due ante si aprono in direzione del carcere e non hanno muro: si tratta quindi di una porta che non è in un contesto chiuso, ma guarda al mondo, all’universo intero. Per trovare ispirazioni per il suo progetto Michele De Lucchi ha passato una giornata in carcere: “Uno dei detenuti mi ha detto che secondo lui la porta più bella è fatta come la porta di un autolavaggio, si mette un gettone, si entra poi si passa in mezzo all’acqua con le spazzole insaponate che lavano e si esce belli puliti; un altro mi ha proposto una porta con due chiavi una per fuori e una per dentro….Mi sono stupito perché la cosa bella è che anche all’interno delle carceri c’è creatività. Forse è proprio la creatività che ci salva”.