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di Paola D’Amico

Corriere della Sera, 10 maggio 2026

Rosalia Marino è intervenuta assieme a Giovanna Sannino e Maria Raffaella Caprioglio sulla situazione e sulle prospettive delle carceri italiane. “Portare il lavoro dentro e fuori dalle carceri”. Quei luoghi che in troppi preferiscono continuare a non vedere. Ma ci sono. Per quanto, come dice Rosalia Marino, da cinque mesi alla direzione della Casa di reclusione di Opera, sembra quasi che ci sia una strategia “per costruire carceri davanti ai cimiteri o vicino alle discariche”, sono nei territori, nelle nostre città. Marino è con altre due donne, Maria Raffaella Caprioglio, presidente Umana, agenzia per il lavoro, e l’attrice Giovanna Sannino (la Carmela della fortunata stagione tv Mare Fuori) ospite del panel “Insieme, per rieducare e reinserire chi è detenuto” condotto da Paolo Foschini, in programma nella terza giornata di Milano Civil Week.

E le loro testimonianze sono una presa diretta di come sia cambiata in pochi anni la popolazione del carcere - “sempre più extracomunitari, giovani, spesso con problemi di dipendenze, nessuno fuori e quindi niente da perdere” - ma non le soluzioni per limitare il sovraffollamento, rieducare (meglio reinserire), formare a un futuro lavoro. Marino spiega che in questi pochi mesi di direzione ad Opera “ho aperto 34 articoli 21”, detenuti che possono uscire dal carcere per lavorare. 

“È una questione di fiducia che si deve instaurare tra chi dirige il carcere e il magistrato di sorveglianza”. Una corsa in salita per chi dirige una struttura pensata per 900 detenuti ma che ne “ospita” 1.400. E che ha in pianta organica 5 dirigenti ma accanto al direttore vede solo un vice giovane. Sannino, che nel 2015 entrò nel carcere di Nisida come volontaria e ci è rimasta a lungo, conferma che la Nisida di oggi è altra cosa. “Sono tornata a distanza di tempo e non c’erano più gli scugnizzi ai quali davo lezione di teatro ma ragazzi che avevano gli occhi spenti, che conoscevano in modo profondo la violenza, una morte culturale che è lo specchio della società che sta fuori”. La formazione e il lavoro sono una urgenza, forse una medicina, per le carceri. Caprioglio ne è convinta, da più di 15 anni l’agenzia opera anche con le carceri.

 “E quando le persone non possono uscire, per difficoltà anche burocratiche, vanno formate per poter lavorare dentro”. Attività, lavoro legati al territorio. Senza mai dimenticare che nell’art 27 della Costituzione la parola carcere non c’è, si parla di pene. Il carcere è (dovrebbe essere) l’extrema ratio. Accanto al carcere dovrebbero esserci case di cura, case di lavoro, colonie agricole. Le possibilità che la pena sia utile ci sono. Ma una grande parte perché ciò si realizzi dipende dal territorio.