di Federica Zaniboni
La Repubblica, 22 aprile 2025
Dal 2024 a oggi 128 casi in cui sono intervenuti i mediatori per mettere a confronto l’autore di un reato con la vittima dello stesso. Ecco come funziona. Novanta casi nel 2024 e 38 nei primi mesi del 2025. A Milano la giustizia riparativa entra anche nei fascicoli più delicati, in particolare in quelli di omicidio e violenza sessuale, con programmi costruiti su misura dagli esperti del centro del Comune. “In altre province arrivano spesso dinieghi perché le procedure di accreditamento delle strutture sono in ritardo. Questo Tribunale si è mosso in modo molto coraggioso”. Federica Brunelli, socia fondatrice della Cooperativa Dike - che da oltre vent’anni lavora nella risoluzione dei conflitti - è una dei 20 mediatori impegnati sul territorio. Figure che si occupano, in sostanza, di formulare i programmi, valutare la fattibilità dei percorsi e accompagnare passo dopo passo le persone coinvolte.
Nel ruolo imparziale di “facilitatori del dialogo”, in tre partecipano poi agli incontri tra le vittime e gli autori di reato. Una possibilità regolamentata con la riforma Cartabia, alla quale si può accedere “in tutte le fasi del procedimento penale e per qualsiasi tipo di reato”. Come spiega Brunelli, le segnalazioni partono dall’autorità giudiziaria, che è la prima a dover autorizzare il percorso. Poi la palla passa al centro di giustizia riparativa, al quale viene chiesto innanzitutto di valutare la fattibilità. “Prevalentemente si tratta di reati contro la persona e contro il patrimonio. Ogni caso è a sé e i percorsi vengono definiti valutando storia per storia”. Nei mesi scorsi, racconta, ci sono stati casi di omicidio nei quali è stato possibile organizzare un incontro con i familiari della vittima. Qualora non ci fosse disponibilità, vengono individuate vittime di reati analoghi che abbiano interesse nel prendere parte a un programma. “Siamo molto attenti ad accostare le esperienze”, sottolinea.
Con l’aumento delle denunce per i reati da codice rosso - in particolare violenza sessuale e stalking -, crescono anche le richieste di giustizia riparativa. “Spesso le vittime non se la sentono di incontrare il proprio aggressore, ma accettano di dialogare con un autore dello stesso reato. Accade quando c’è bisogno capire cosa passa per la testa di chi agisce in un certo modo”. La difficoltà, a volte, è individuare la vittima, “come nei procedimenti per spaccio di droga: lì si studiano dei programmi che prevedono il coinvolgimento della dimensione comunitaria. L’incontro, ad esempio, si può organizzare con una madre che non si sente tranquilla nel portare i propri figli al parco per via dei pusher. Oppure con il sindaco del Comune in cui è accaduto il fatto”. Può essere coinvolto, in sostanza, “chiunque si senta ferito in un qualche modo dal reato”.
Non mancano poi i casi che riguardano i colletti bianchi, come quelli per truffa o bancarotta. “Ci è capitato di fare la mediazione non tanto con i creditori, quanto più con i dipendenti dell’impresa che patiscono gli effetti distruttivi del reato commesso dal loro capo. Ad esempio, una segretaria che viene interrogata perché portava gli assegni in banca: magari non ha colpe, ma nel frattempo attraversa una tempesta”. La mediazione, talvolta, può anche incontrare “dei limiti”. Succede con i maltrattamenti in famiglia, che prevedono una “violenza fisica e psicologica” sulla vittima. Il rischio, spiega Brunelli, “è che non si riescano a spezzare certe dinamiche” e che “la partecipazione all’incontro avvenga perché si è ancora legati a un rapporto di dominio”. Ancora più indispensabile, in quei casi, è valutare la tipologia di programma più adatto.
Il centro milanese gestito da Dike tramite bando pubblico può contare su 17 mediatori della cooperativa e tre dipendenti pubblici. “Alla fine del percorso, ci si occupa di scrivere una relazione finale. Non vengono mai rivelati i contenuti dello scambio, ma si dà atto dell’esito riparativo raggiunto”.











