di Rosario Di Raimondo
La Repubblica, 28 luglio 2024
Intervista al presidente dell’Ordine degli avvocati: “Le condizioni in sono drammatiche. Cosa fare? Occorre fare ricorso alla liberazione anticipata, al numero chiuso e ai domiciliari”. “Le condizioni delle carceri sono drammatiche. O garantiamo trattamenti umani oppure, se falliamo, la Costituzione rimane carta straccia”. Un anno è passato da quando il presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, Antonino La Lumia, visitò San Vittore assieme a una delegazione. Entrò nelle celle, parlò con i detenuti. Una visita non solo simbolica. Dodici mesi dopo le condizioni dei penitenziari sono, se possibile, peggiorate. “Servono misure d’emergenza”, insiste La Lumia: da un’accelerazione sulla liberazione anticipata al “numero chiuso” fino a una spinta maggiore sui domiciliari.
Partiamo da quella visita a San Vittore...
“Ho parlato con i detenuti, sono entrato nelle celle, ho visto dove dormono. Per capire quelle che io definisco le viscere del carcere. Eppure, oggi, è come se quel mondo non fosse il nostro, come se volessimo tenerlo all’esterno. E pensare che San Vittore è in pieno centro. Come avvocato e come cittadino non posso sentire espressioni come “buttare via la chiave...”.
Da Milano a Brescia: una lettera dei detenuti di Canton Mombello è stata citata dal presidente della Repubblica…
“Le condizioni delle carceri restituiscono una dimensione drammatica. Condizioni non compatibili con un regime di custodia che, come ha detto il presidente della Repubblica, non deve contravvenire al senso di umanità previsto dalla Costituzione. Ho letto la lettera dei detenuti di Brescia. Mi sono soffermato su un passaggio: il carcere non è lo strumento per toglierci di mezzo. Questa espressione fa capire dove lo Stato può fallire e dove non deve. Altrimenti l’articolo 27 rimane carta straccia. Come avvocatura dobbiamo mantenere altissima la guardia, capire se lo Stato abdica alla sua funzione rieducativa. Le parole di Mattarella sono illuminanti: non possiamo parlare di Stato di diritto se non c’è un sistema carcerario che garantisca condizioni di esecuzione della pena umane”.
Cosa bisogna fare subito?
“Penso a un provvedimento che garantisca la liberazione anticipata in senso più efficace, come prevede la proposta di legge di Roberto Giachetti. È una misura che accelera appunto la liberazione anticipata per chi ha dato prova di un percorso di rieducazione. Un provvedimento emergenziale, certo, ma di emergenza stiamo parlando: oggi i detenuti vivono in condizioni inaccettabili, e se in alcuni casi si può dare la possibilità di uscire prima allora è una misura di civiltà giuridica da prendere in considerazione”.
Poi?
“Un’altra ipotesi potrebbe essere il numero chiuso. In ipotesi di carenza accertata dei posti detentivi, bisogna verificare possibili misure alternative. Per esempio, per coloro vicini al fine pena si potrebbero prevedere i domiciliari in modo che il condannato continui a espiare la pena liberando posti”.
Serve costruire nuove carceri?
“A parte che non si inizia domani, può essere un elemento positivo se inserito in un sistema di riforma dell’assetto penitenziario: oggi non è una risposta, viste le condizioni di sovraffollamento e di disumanità dei carcerati”.
Parlare di “rieducazione” rischia di rimanere solo uno slogan?
“Il carcere deve essere l’extrema ratio. La funzione rieducativa sempre al centro. La Bocconi ha elaborato un report sull’incidenza del percorso trattamentale sulla recidiva. I dati fanno ben sperare. Soprattutto quando i detenuti sono inseriti in percorsi che mirano alla formazione culturale e professionale, e si interviene su fattori come la condizione psicologica, abitativa, lavorativa. In questi casi, e in particolare per i minori, c’è un tasso positivo di riuscita del progetto di rieducazione”.









