di Stefano Marchetti
Il Giorno, 5 gennaio 2026
Sabato a Milano un concerto speciale tra impegno civile e speranza. Con la Cherubini e gli “strumenti del mare”. La musica non si può imprigionare. “Il suono vola, libra nell’aria, non lo puoi toccare, non lo puoi fermare - osserva Riccardo Muti -. E quando vola, la musica arriva a tutti e tutti possono sentirsi assolutamente liberi di percepire e recepire il messaggio che porta con sé. Non ci sono più barriere di lingue o di razze: vince l’unione dei sentimenti”.
Sarà un segno di libertà e di impegno civile il concerto che il Maestro dirigerà sabato prossimo nel carcere di Milano - Opera, un luogo speciale dove nascono anche gli “strumenti del mare” che detenuti - liutai realizzano dal legno dei barconi dei migranti, grazie al progetto Metamorfosi della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti. Riccardo Muti condurrà la sua amatissima Orchestra giovanile Luigi Cherubini e il soprano Rosa Feola in un florilegio di capolavori, dal Concerto per archi e cembalo di Vivaldi alla Sinfonia del Nabucco e all’Ave Maria dall’Otello di Verdi, fino al Va’ pensiero con il coro dell’Associazione Amici della Nave, diretto da Paolo Foschini, composto da detenuti ed ex detenuti di San Vittore, e la partecipazione degli “Scaligeri per sempre”.
Maestro, già altre volte lei ha portato la musica in carcere…
“Sì, a Ravenna, con i Cherubini, siamo stati alla Casa circondariale, e negli Stati Uniti, con i musicisti della Chicago Symphony Orchestra, abbiamo visitato più volte gli Juvenile Centers dove scontano la pena ragazzi anche giovanissimi. Per me sono state esperienze straordinarie dal punto di vista umano”.
Perché?
“Ricordo in particolare una giornata nel penitenziario minorile di Chicago. Suonai al pianoforte alcuni brani dal Macbeth di Verdi, e ad assistere c’erano alcune ragazze molto giovani: penso avessero 15 o 16 anni, arrivavano da contesti sociali assai difficili, erano state condannate per reati gravi. Dopo il concerto feci leggere loro alcuni brani da Shakespeare, Macbeth, Romeo e Giulietta, Otello, storie che loro non avevano mai conosciuto e mai ascoltato, e vidi subito nei loro occhi una luce diversa. Erano come trasfigurate perché in quel momento erano entrate in un mondo lontanissimo. Come una rivelazione”.
La musica apre orizzonti incredibili?
“Mi torna in mente anche un concerto nell’aula magna del carcere di Bollate: suonai Schubert, Chopin, Schumann e altri autori, e alla fine scambiai qualche parola con detenuti e detenute e chiesi loro quale brano li avesse colpiti maggiormente. Mi aspettavo che potessero scegliere un brano estroverso e dalla melodia accattivante come un valzer di Chopin, invece mi risposero che avevano amato moltissimo l’introduzione della sonata Al chiaro di luna di Beethoven. La musica pura colpisce il cuore e la mente e ci porta immediatamente verso un cammino della bontà e della bellezza. Io credo che si possa sbagliare strada e non sempre per colpa propria: contano anche il contesto sociale, l’ambiente, il destino. Eppure anche in coloro che hanno commesso i delitti più efferati c’è sempre una parte disponibile ad accogliere la bellezza. La musica guarisce lo spirito: lo diceva Sant’Agostino e ce lo ricorda anche Papa Leone, agostiniano, che incoraggia tutti noi a portare questo messaggio”.
Come a Lampedusa nell’estate di due anni fa, l’Orchestra Cherubini suonerà gli strumenti del mare, creati (proprio nel carcere di Opera) dal legno dei barconi...
“Quello è stato uno dei viaggi più emozionanti de “Le vie dell’amicizia” di Ravenna Festival. Mi ha colpito pensare che questi legni hanno trasportato persone che speravano in una nuova vita e invece spesso sono stati testimoni di tragedie e di morti terribili. Erano legni di imbarcazioni che andavano nella direzione della libertà e della speranza, sono diventati legni di dolore. Oggi rinascono nella libertà che può dare la musica, e portano un altissimo messaggio morale, spirituale e sociale. Anche il cembalo è stato costruito con lo stesso legno: non vedo l’ora di ascoltarlo”.
Maestro, come sarà il suo anno?
“Fra pochi giorni tornerò negli Stati Uniti per una tournée con l’orchestra di Chicago, poi a fine febbraio dirigerò il Macbeth al Teatro Regio di Torino, con la regia di mia figlia Chiara, e in aprile tornerò in Giappone con il Don Giovanni che andrà in scena al Bunka Kaikan di Tokyo, l’ultima rappresentazione prima che il teatro chiuda per ristrutturazione. In maggio al Musikverein di Vienna ritroverò i Wiener Philharmoniker per le ultime tre sinfonie di Haydn: con loro ho progetti fino al 2028”.
E cosa si augura per questo 2026?
“Ormai nel mondo si è arrivati a un grado di brutalità non più sopportabile, quindi l’augurio è che si possa giungere davvero alla fine di tutte le guerre, a un accordo consonante. Nella musica la consonanza dà un senso di tranquillità, di pace e di serenità, mentre la dissonanza, se finisce per essere continua, porta soltanto alle conseguenze più tremende”.










