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La Stampa, 9 marzo 2023

I detenuti di San Vittore: “Quando i cancelli si riaprono, non riusciamo più ad affrontare lavoro, famiglia e figli”. Prosegue la collaborazione La Stampa con “Costituzione viva”, un gruppo di reclusi dell’istituto penitenziario di Milano.

C’è un’espressione attorno alla quale girano tutti i discorsi scanditi dal metronomo del carcere: “fine pena”, la data che segna il termine della pena cui si è stati condannati, e orienta il conto alla rovescia personale nel calendario di ognuno di noi.

Ma cosa ci aspetta fuori dal muro di cinta, nel tempo finalmente liberato del dopo pena? Che cosa fa crescere così impietosamente le statistiche della recidiva gonfiandole di continuo, fino al 70%? Nessuno esce dal carcere con l’idea di tornarci. Molti cercano di attrezzarsi per tempo, di farsi trovare pronti ad affrontare le difficoltà del dopo-fuori, della fase che qualcuno chiama di “convalescenza sociale”. Ma troppo spesso gli ostacoli risultano insormontabili. Per la maggior parte di noi, quando finalmente i cancelli si riaprono, fuori non c’è nulla.

E nelle condizioni in cui si trova un ex-detenuto, senza adeguate reti di riferimento e di sostegno, diventa proibitivo affrontare i problemi del lavoro, della casa, di ricostruire relazioni, anche con la famiglia e i figli.

Eppure, sin dal lontano 1975, alcuni articoli della legge penitenziaria, dal 74 al 77, raccontano un mondo in technicolor (come dice il presidente Giuliano Amato). Parlano dei “Consigli di aiuto sociale”. Si dice chi ne fa parte: giudici, prefetti, sindaci, uffici del lavoro ecc. Si elencano compiti di assistenza, formazione professionale, ricerca del lavoro, sostegno alla famiglia. Tutto chiaro, preciso, dettagliato e corrispondente a necessità oggettive. Ma c’è un dettaglio: nel quasi mezzo secolo di vita di questa legge, che regola tutto l’universo penitenziario, dei Consigli di aiuto sociale non c’è traccia concreta. Potremmo dire di non averne mai visto nemmeno uno, se non fosse che di recente, a Palermo, è stata avviata la costituzione del primo…

Questi articoli di legge sono rimasti senza attuazione, ma questo non vuol dire che non sia fatto nulla per realizzare le loro finalità. Sappiamo quante iniziative, tavoli e protocolli sono disseminati per il Paese, e quanto sarebbe insensato sottovalutarne la presenza. Ma tutto questo, nel mondo in bianco e nero che tocca a tanti di noi, lascia irrisolti i problemi di fondo, anzi sfiora appena i grandi numeri, con le loro tante necessità e storie. Storie che parlano delle nostre responsabilità, anche gravi: le riconosciamo e non intendiamo sottrarci. Ma che dire di tutte le lacune e i vuoti in cui si moltiplicano le attese deluse, le fatiche inutili, i fallimenti anche ripetuti? Questo cumulo di sconfitte lo racconta proprio la recidiva, mettendo a nudo che il fuori può essere non meno duro del dentro. Addirittura, per tanti aspetti, peggiore.

La detenzione non è solo privazione della libertà. È sofferenza, sovraffollamento, promiscuità forzata, convivenza soffocante, consumo di psicofarmaci, malessere che produce malattia e spinge perfino alla morte: possiamo dimenticare gli 84 suicidi del 2022? Eppure, anche nelle pieghe della pena possono aprirsi squarci di vita solidale, di condivisione e lavoro comune, in cui l’impegno dei detenuti incontra quello delle istituzioni e dei volontari. Ci sembrano momenti di crescita, di maturazione e responsabilizzazione che rendono lo spazio della pena, per il resto così desolato, una vera e propria “formazione sociale in cui si svolge la personalità”; dove si adempiono “doveri inderogabili di solidarietà” e si comincia a capire, vivendolo, il senso e il problema della “pari dignità sociale”. Sentire circolare, tra le sbarre, gli articoli 2 e 3 della Costituzione, è un lusso che poi è facile perdere.

Nel reparto femminile da anni, passandoci via via il testimone, cerchiamo di affrontare la quotidianità, affiancando le “nuove giunte” nell’impatto traumatico con il mondo del carcere, quando in un attimo saltano relazioni e contatti con la famiglia e i figli. Momenti drammatici e disperati, in cui si manca di tutto: situazioni limite in cui diventano straordinariamente preziosi un cambio di biancheria, una felpa pulita, un pacchetto di sigarette, le prime istruzioni per l’uso degli spazi e dei tempi del reparto: tutte forme di accoglienza che di per sé fanno la differenza. È proprio a partire da questi momenti di solidarietà attiva, di costruzione di relazioni, di scambio di esperienze, di comune partecipazione a tutto ciò che riempie di senso un tempo altrimenti vuoto, che comincia ad affiorare, proprio nel cuore della pena, la dimensione della “formazione sociale”. Qualcosa che non è scontato si possa ritrovare quando, più o meno sotto traccia, comincia il dopo-pena, la pena nascosta, la “detenzione sociale”, logorante quanto e più della pena tra le sbarre.

Abbiamo vissuto il rientro in reparto di una di noi con cui avevamo fatto un buon tratto di strada in comune. A lungo avevamo condiviso i momenti più critici del vivere ristrette, la fatica dei nostri corpi femminili incarcerati, le inquietudini e gli sbalzi d’umore. A sostenerci, sempre, la fiducia reciproca, la scommessa sul futuro, parole, idee e valori che mai avevamo immaginato avessero un valore reale. Era uscita tra applausi e abbracci, con un corredo di vitalità, speranza, progetti a lungo coltivati. Poi, il ritorno in famiglia è stato problematico: non era più, inevitabilmente, la “stessa famiglia”.

Le relazioni allentate o perdute, il lavoro saltuario e in nero, lo scivolamento, tra insicurezza e panico, di nuovo verso l’alcol. Una storia di debolezze e limiti che non annullano certo le sue responsabilità. Ma è tutto suo questo fallimento? Nessun concorso di colpa? Non è chiamato in causa l’intero sistema punitivo - dentro e fuori le mura - con le sue porte girevoli, che sembrano inarrestabili e costano tantissimo, a tutti, in tutti i sensi?

Una storia finita male, come tante, troppe altre. Può avere senso solo se siamo capaci di ricominciare e ricostruire. C’è un diritto che, in quanto “aspetto costitutivo della persona umana e della sua dignità, è irrinunciabile: il diritto alla speranza. “Per noi, in carcere, questo diritto è, ancora di più, un dovere: il dovere della speranza. La speranza che il fine della pena possa essere per davvero la fine della pena. È la grande promessa della Costituzione che vale per tutti e per ciascuno, anche per i casi più drammatici e persino per il 41-bis. Anche per Alfredo”.