di Gianni Santucci
Corriere della Sera, 31 agosto 2025
La notte del 2 aprile 1977, 73 detenuti immobilizzarono cinque agenti e provarono a scappare. E qualche mese dopo, all’evasione si sostituì l’invasione. Iniziarono a sparare. Mitra. Pistole. Erano arrivati in affanno e in sirena. Era passata da un po’ la mezzanotte. Alta emergenza. “I rivoltosi sono scesi nel cortile e hanno raggiunto l’uscita posteriore dell’istituto. Avevano già quasi divelto il cancello quando sono sopraggiunti alcuni equipaggi della Volante, del nucleo radiomobile dei carabinieri e della Celere che, dopo aver esploso numerose raffiche di mitra e colpi di pistola in aria, sono riusciti a convincere i giovani a desistere dal loro tentativo di fuga”. È la cronaca delle prima rivolta nel carcere minorile Beccaria. Era la notte del 2 aprile 1977.
Prima di provare a scappare, i 73 ragazzi detenuti avevano sopraffatto cinque agenti. Avevano distrutto tutto. Letti, armadi, porte, vetri, poltrone. Avevano dato fuoco ai materassi. Provarono a sfondare e scappare in massa. L’istituto venne circondato da 150 agenti. Il giorno dopo quaranta giovani furono trasferiti in altre carceri, in altre Regioni. Buona parte del Beccaria era inagibile.
Era un istituto di rieducazione. Nel 1972 passò sotto il ministero della Giustizia. Divenne un carcere minorile, tra Baggio e Lorenteggio. Il luogo è lo stesso di oggi. E anche i problemi, dopo mezzo secolo, in qualche modo sembrano ricorrere. Dopo la rivolta, il direttore dell’epoca, Antonio Salvatore, rifletteva sul “continuo ricambio del personale, la carenza delle strutture e l’inasprirsi della violenza”, per concludere che il lavoro per provare a recuperare i ragazzi “non si riusciva a portare a termine”. Il 16 giugno dello stesso anno un 17enne di Corsico riuscì a saltare il muro e iniziò a correre, un agente sparò prima in aria, poi piantò un secondo proiettile nella coscia del fuggiasco.
L’8 luglio una decina di ragazzi prese a bastonate un agente rimasto isolato durante un turno di guardia (gli spaccarono una mano, fece 35 giorni d’ospedale): sette scapparono, quattro vennero ripresi subito. Erano tempi di violenza continua, ripetitiva, recidiva, all’apparenza non contenibile. Un’altra protesta/rivolta s’innescò pochi mesi dopo, il 25 luglio ‘77: “I ragazzi sono rimasti padroni del campo e hanno iniziato la sistematica distruzione dei tavoli e delle vetrate - raccontava il Corriere il giorno dopo. Poi si sono dispersi in piccoli gruppi nei cortili e nei corridoi del palazzo, alcuni hanno raggiunto i tetti, altri hanno dato alle fiamme due materassi”.
A Milano erano anni di violenza politica, scontri di piazza feroci, scorribande di rapinatori, bische clandestine, sequestri di persona, eroina dilagante, e così le storie del “Beccaria” fluivano nella cronaca senza che la città prestasse particolare attenzione, violenza che si disperdeva in altra e peggiore violenza. Tanto che a far notizia arrivò un accadimento anomalo, che si staccava dalla consuetudine del carcere minorile, se ne distanziava anzi in maniera completamente opposta: il 21 giugno 1979 fu la notte non dell’evasione, ma dell’invasione del Beccaria.
Si disse anche: evasione alla rovescia. “Il curioso episodio è maturato verso l’una. A quell’ora, un guardiano ha scorto due ombre che si muovevano sui tetti. Pensando a un’evasione autentica e tradizionale, il guardiano ha seguito le due ombre, come meglio poteva, nel buio, e le ha viste scendere cautamente nel cortile, dove si sono fermate”. Poco dopo il guardiano vide una terza ombra che sbucava fuori dal dormitorio. I tre ragazzi si appartarono in cortile. Quando gli agenti li raggiunsero, non stavano facendo nulla di losco. I due “esterni” erano usciti da poco. Erano tornati al “Beccaria” per salutare l’amico rimasto recluso. “Sono stati rimandati a casa, con una bonaria sgridata”.











