di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 28 novembre 2025
Il portiere della nazionale di calcio e del Milan con Simone Tiribocchi nel teatro della struttura di Bollate. La fabbrica, gli allenamenti non pagati, i limiti da affrontare: “Nella vita devi sempre parare i colpi”. Il teatro del carcere di Bollate sembra una nave ferma in mezzo al buio. Tre poltrone color sabbia sul palco, un cono di luce che le isola, e sotto - in platea - decine di detenuti seduti in silenzio, come se stessero trattenendo il fiato. Quando entra Laura Giuliani, la stanza si compatta. Non è un ingresso trionfale, non ci sono musica né applausi. È solo una donna che cammina verso una sedia. Il modo in cui lo fa è già un messaggio.
L’incontro - organizzato da Fiera Milano e Fondazione Feltrinelli dentro il progetto “Vite in Campo” - porta lo sport nei luoghi più fragili: scuole, comunità, istituti penitenziari, intrecciando sport, memoria, cittadinanza attiva in vista anche delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. A Bollate il tema diventa immediato: coraggio, cadute, ripartenze. Laura Giuliani, oggi portiere della prima squadra femminile del Milan e portiere della Nazionale italiana, racconta che a sette anni le piaceva buttarsi per terra: “Era la cosa più naturale del mondo”. Qualcuno in platea annuisce. Qui buttarsi, a volte, significa precipitare. O esserci arrivati troppo presto.
Poi la Germania: “Mi davano un lavoro, un letto e la possibilità di giocare”. Turni in fabbrica dalle 7 alle 15 il primo anno, la panetteria all’alba il secondo. E allenamenti (non retribuiti) la sera. Una casa minuscola, il fidanzato, quattro gatti, e un sogno tenuto in piedi pezzo dopo pezzo. “In fondo nella vita devi sempre parare i colpi”. Detto qui dentro, ha un’altra densità. Racconta che quei due anni all’estero sono stati il suo primo salto vero: “È stato il mio modo di uscire dalla zona di comfort”. Lavoro di giorno, campo e palla la sera: l’unico modo per non spegnersi. Accanto a lei c’è Simone Tiribocchi, ex attaccante - tra l’altro - di Atalanta e Torino. Parole misurate, tono fermo. Interviene quando serve: una frase, un ricordo, un punto d’appoggio.
Una volta c’è il telefono che vibra, racconta ancora Laura: “Sono Stefano Braghin della Juventus”, la squadra in cui giocherà dal 2017 al 2021. Lei pensa sia uno scherzo. “Stiamo facendo la prima squadra femminile. Ti vogliamo in porta”. Una svolta netta. “In partita non ho paura di sbagliare. Ma sento forte la responsabilità di essere la miglior versione di me”.
A Bollate non suona come una frase motivazionale. Suona reale. Perché chi ascolta sa che una volta fuori dovrà ripartire da zero. Laura parla dei limiti da spostare. Delle “caverne”: “I momenti in cui non vedi niente e capisci chi sei”. Ricorda la sua laurea in Scienze motorie, gli studi sulla psicologia, la necessità di tenere la testa in piedi quanto le gambe. “Il cervello può ricreare ciò che vuoi diventare”. E della finale sfiorata quest’estate: “A caldo senti tutto il peggio. Poi capisci che non puoi cambiare niente. E allora vai avanti, ad un certo punto rialzi lo sguardo e dici che bello, c’è anche il sole”. Poi arrivano le domande. Un detenuto alza la mano, lentamente. “Io… non voglio chiedere. A me piace ascoltare”. È una frase che dice tutto: la fatica di esporsi, il timore di sbagliare, l’abitudine a non sentirsi autorizzati. Un altro si alza: “Vi sentite fortunate o più brave degli altri?”. Laura inspira: “La fortuna conta. Ma il lavoro… quello ti cambia davvero”. Tiribocchi conferma con un cenno. Nessuno qui ha avuto strade dritte.
Ripartire - Poi la domanda finale: “Quando sbagli… come riparti?” Laura non guarda il moderatore, non guarda l’allenatore. Guarda loro. “Se sei arrivato fin lì, fino a quella caduta, vuol dire che lì avevi qualcosa da imparare”. Stop. Una frase secca, precisa. Bastano sei parole per smuovere il silenzio. Un applauso lungo, basso, sincero. L’applauso che non festeggia: riconosce.
Sul palco restano tre poltrone illuminate, come isole. Attorno torna il buio. Ma un buio un po’ meno buio di prima. Come quando una parata ti salva la partita e cambia l’aria. Come quando qualcuno, anche solo per un’ora, ti ricorda che puoi ancora buttarti e far succedere le cose.











