di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 11 novembre 2019
Il giudice ordinò: "Va accompagnato". Verifiche del ministero. Gli esperti del carcere: "Non è più socialmente pericoloso". Per lui anche un encomio. Dopo 44 anni in cella il 60enne Antonio Cianci - l'ergastolano quadruplice omicida (di un metronotte nel 1974 a 15 anni, e di tre carabinieri nel 1979) che in permesso premio sabato sera con un taglierino in un tentativo di rapina alle macchinette del caffè del "piano -1" dell'ospedale San Raffaele ha quasi tagliato la gola al 79enne compagno di una paziente - aveva avuto non solo una positiva relazione dell'équipe di educatori-psicologi-criminologi il 29 marzo scorso; o il parere favorevole della direttrice del carcere di Bollate il 15 aprile; ma persino "un encomio il 31 ottobre 2018 per l'attività nella segreteria Nuovi Giunti".
Su un piatto della bilancia il giudice di Sorveglianza, Simone Luerti, trovava esperti per i quali era "non più socialmente pericoloso" il detenuto che, dopo anni di "iniziale atteggiamento oppositivo, col tempo si era mostrato sempre più collaborativo", maturando "un senso di colpa soprattutto nei confronti delle famiglie dei carabinieri uccisi, consapevole di aver condannato figli a vivere senza i loro padri": come Daniela Lia, che aveva 6 anni, e che ieri lamenta "altro dolore" da "quell'essere ignobile".
Sull'altro piatto della bilancia, invece, il giudice aveva la chance di lavoro sprecata da Cianci quando nel 2015 era tornato in cella mezzo ubriaco: era perciò "stato segnalato al Sert del carcere, che però non aveva ritenuto il soggetto abusatore di alcol".
Contraria al permesso era poi una nota dei carabinieri di Milano del 25 giugno, ma per due motivi collaterali: il fatto che la sorella avesse una denuncia per minacce e vivesse in una casa popolare dagli affitti non pagati, ma il giudice valutava che, trattandosi di permesso e non di misure alternative, la questione fosse "non rilevante". Infine il 30 maggio vengono "chieste alla Questura di Milano le informazioni" previste dalla legge, "senza che sia pervenuta risposta". E del resto anche il pm di apposito turno in Procura, che in teoria avrebbe potuto impugnare la concessione del permesso (in quel caso congelabile in attesa di udienza collegiale al Tribunale di Sorveglianza), aveva messo il visto.
Tuttavia il giudice Luerti, come raramente accade, il 26 luglio sia nella motivazione sia nel dispositivo del provvedimento che autorizzava il primo permesso aveva anche prescritto: "Almeno per le prime volte, e comunque fino a nuova disposizione del magistrato, si impone l'accompagnamento dal carcere a Cernusco e rientro con familiare o altra persona nota (che potrà essere anche un volontario), al fine di evitare il possibile disagio per una nuova dimensione di libertà, che implicherebbe anche un complesso viaggio con mezzi pubblici".
In attesa degli accertamenti disposti dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, è ancora da chiarire se sabato l'accompagnamento ci sia stato, o se possa essere stato equivocata al punto n. 6 delle "prescrizioni" la residua formula standard "fare uso esclusivo di mezzi pubblici, con facoltà di usare i mezzi privati purché accompagnato da un familiare/volontario, negli spostamenti e all'uscita e al rientro".
La rilevanza della questione rispetto al ferimento (per fortuna meno grave perché per pochi centimetri le ferite alla gola sono superficiali, il 79enne verrà dimesso tra qualche giorno, e già ai soccorritori aveva subito detto "mi è andata bene..."), è tuttavia relativa: stando infatti alle prime indagini coordinate dal pm Nicola Rossato, l'ergastolano (solo o accompagnato che fosse) è in effetti andato sia dalla sorella sia dai carabinieri di Cernusco, dove ha firmato alle 15.08. Il ferimento al San Raffaele, distante alcuni chilometri, è delle 17.45: che cosa lo abbia spinto lì ancora non si sa, e forse solo Cianci potrà spiegarlo oggi.










