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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 7 luglio 2026

La denuncia dall’istituto di Opera a Milano: al quarto piano acqua razionata, un solo medico e malori tra i detenuti per il caldo. L’avvocato Roberta Zarcone, del Foro di Como, ha scritto direttamente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per denunciare le condizioni “inumane e degradanti” in cui vivono alcuni detenuti della Casa di reclusione di Milano Opera. La stessa segnalazione è finita sulle scrivanie del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Al centro c’è il quarto piano del secondo reparto, sezioni A, B e C, dove l’avvocato assiste diversi reclusi che, scrive, sono arrivati a un punto di non ritorno. La missiva che Il Dubbio ha potuto visionare è partita qualche giorno fa e, oltre al Quirinale, al gabinetto di Nordio e al Dap, è arrivata anche alla direzione che al Dipartimento segue proprio i detenuti e, per conoscenza, all’associazione Yairaiha ets.

Durante i colloqui difensivi la legale racconta di aver visto con i propri occhi detenuti presentarsi con le magliette bagnate di sudore, accaldati e con il volto arrossato. Molti hanno accusato malori. Per l’intero istituto, sottolinea, è presente un solo medico. La condizione, si legge nella missiva, “è ormai arrivata allo stremo, causando davvero un grave rischio per la salute fisica e mentale dei soggetti ristretti”. Zarcone chiede un intervento immediato e mette in fila un dato significativo: molti dei suoi assistiti hanno pene sotto i sei anni e avrebbero i requisiti per accedere alle misure alternative al carcere. Le udienze, però, vengono fissate a mesi di distanza dalle istanze, anche quando arrivano dopo il rigetto di una misura chiesta in via d’urgenza.

Un ritardo che, per la legale, trasforma la detenzione in quella che definisce senza mezzi termini una “tortura”. Sono le misure che permettono a chi ha pene brevi di scontarle fuori dal carcere, per esempio con l’affidamento in prova ai servizi sociali o la detenzione domiciliare, quando ci sono i presupposti di legge. Sulla carta spetterebbero a molti dei reclusi seguiti dall’avvocato, ma il tribunale di sorveglianza milanese, oberato come gli altri, le concede con tempi che spesso arrivano dopo mesi.

C’è poi il capitolo dell’acqua, che da solo racconta lo stato dell’istituto. Il personale penitenziario, scrive l’avvocato, ha dovuto rivolgersi alla Croce Rossa Italiana per reperire seicento bottiglie, perché quell’acqua non veniva fornita. E quelle bottiglie di acqua potabile finiscono per essere usate anche per l’igiene personale, dato che l’impianto idraulico non riesce a portare l’acqua fino al quarto piano, dove sono ristretti i detenuti che assiste. Il legale chiede l’uso immediato di ogni strumento utile per fermare quello che chiama “un incubo”, e richiama l’articolo 27 della Costituzione: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

La denuncia dei detenuti: caldo, acqua e soldi finiti - Alla segnalazione dell’avvocato è allegata la lettera scritta e firmata dagli stessi reclusi del quarto piano, indirizzata alla Presidenza della Repubblica, alla segreteria del ministro Nordio, al Dap e alla Camera penale di Milano. L’oggetto elenca cinque emergenze: caldo, acqua, condizioni igienico-sanitarie, sovraffollamento e, con parole loro, “finiti i soldi”. I detenuti raccontano di essere stati convocati, in rappresentanza dei vari piani, davanti alla vice comandante e all’ispettore di reparto. In quell’incontro, scrivono, la stessa polizia penitenziaria ha ammesso l’esistenza dei problemi, porgendo le sue scuse ma spiegando che, al di là della volontà, mancano sia le risorse sia una programmazione a medio e lungo termine per sistemare impianti diventati un problema cronico da anni.

Il nodo torna sempre lì, sull’acqua e sugli impianti idrici ormai obsoleti che non portano il bene primario ai piani alti. A questo i reclusi aggiungono la chiusura di molte finestre e la presenza di pannelli oscuranti e reti a maglia fine che, nei mesi più caldi, riducono aria e luce e favoriscono i malori improvvisi, soprattutto tra i più anziani. Ricordano che si tratta di condizioni per cui l’Italia è già stata condannata in sede europea e che rientrano nel perimetro dell’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario, la norma che riconosce un rimedio a chi subisce un trattamento contrario all’umanità.

C’è anche la questione degli acquisti. Ventilatori e acqua, che secondo i detenuti l’amministrazione dovrebbe garantire, vengono razionati per numero di pezzi a persona anche quando è il recluso a pagarli di tasca propria. La lettera parla di un limite di quattro casse d’acqua a settimana, in piena ondata di calore. A pesare, aggiungono, sono pure la chiusura quasi totale dell’area verde per i colloqui e il diniego dei passeggi serali, misure che in un ambiente sovraffollato aumentano tensione e sofferenza.

Il quadro che descrivono non riguarda solo Opera. Secondo gli ultimi dati monitorati dal sito “sovraffollamentocarcerario.it”, siamo al 139,74% di sovraffollamento. E in 75 istituti penitenziari il tasso di affollamento è pari o superiore al 150% - tre persone per ogni due posti disponibili. La situazione più grave si registra a Lucca, dove il sovraffollamento è del 265%. Sul caldo, che in questi primi giorni di luglio sta investendo tutta Europa, il garante nazionale Riccardo Turrini Vita ha parlato apertamente di emergenza, mentre il ministero ha stanziato 800 mila euro per gli istituti. A Firenze il gip ha disposto il sequestro di alcune sezioni di Sollicciano per le condizioni rilevate. Ed è notizia - lanciata da Repubblica - che il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, in una direttiva inviata ai direttori delle carceri toscane, suggerisce come misura “estrema e provvisoria” la sistemazione dei nuovi detenuti su materassi o brande collocati direttamente sul pavimento.

E resta il conto più pesante: nel 2025 i suicidi dietro le sbarre sono stati almeno 82, e nei primi mesi del 2026 se ne contano già 33. È il periodo estivo, con le attività ridotte e le celle roventi, quello in cui il rischio cresce. Nella parte finale i reclusi si rivolgono direttamente a Mattarella. Chiedono al presidente della Repubblica, in qualità di garante della Costituzione, di spingere il Parlamento verso una revisione del sistema penitenziario e dello sconto delle pene, guardando ai modelli del nord Europa. Definiscono l’attuale sistema un “colabrodo fallimentare”, citano il primato italiano per il tasso di recidiva in Europa e arrivano a invocare un provvedimento di “amnistia generalizzata” per svuotare il sovraffollamento. Chiudono ricordando una cosa semplice: anche i detenuti sono persone e cittadini dello Stato di cui fanno parte.

Lo stesso avvocato Zarcone ha inviato la segnalazione anche all’associazione Yairaiha ets, che come di consueto si è subito attivata. La realtà, nata a Cosenza e presieduta da Sandra Berardi, da quasi vent’anni segue le condizioni delle persone private della libertà e ha portato più volte casi analoghi all’attenzione del ministro Nordio e del Dap, a partire dai detenuti malati lasciati senza cure adeguate. Adesso il fascicolo è di nuovo sui tavoli delle massime cariche dello Stato. Con una richiesta che resta la stessa da tempo: che il quarto piano di Opera smetta di essere, come scrivono gli stessi reclusi, un luogo dove la pena si sconta a colpi di bottiglie d’acqua della Croce Rossa.