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di Marianna Vazzana

Il Giorno, 3 maggio 2026

Davide Mesfun ha passato metà della vita in carcere. Oggi lavora per l’associazione Kayros e Spazio Polline. “Il futuro oggi non è qualcosa che fa sognare ma spaventa gli adolescenti, e questo già la dice lunga. C’è chi si stordisce con sostanze, sia per staccarsi dalla realtà e sia per poter sembrare forte nonostante la paura. La società lancia l’allarme criminalità, punta il dito contro i “maranza”, si aspetta soluzioni immediate. Ma bisogna seminare e pazientare”. La riflessione è di Davide Mesfun, che ha 50 anni e ne ha passati 23 da detenuto. Originario di Napoli, ha iniziato a delinquere da minorenne specializzandosi in rapine e spaccio di droga.

“Mi sono allontanato dalla famiglia dopo la morte di mia nonna, che era il “collante” degli affetti - raccontava su queste pagine nel periodo Covid, quando era in regime di semilibertà, tra i reclusi di Opera -. Ho lasciato il liceo artistico e il canottaggio e ho seguito cattive compagnie. Avevo 15 anni. La Giustizia poi mi ha presentato il conto: 24 anni di cumulo pene”. Adesso, libero, vive alle porte di Milano ed è tra le colonne dell’associazione Kayros fondata da don Claudio Burgio, che accoglie minori in difficoltà, segnalati dai Servizi Sociali o dal Tribunale per i Minorenni.

Di cosa si occupa?

“Dopo aver lavorato come chef in un ristorante in centro, ho iniziato (ormai 5 anni fa) a tenere corsi di cucina per i ragazzi di Kayros. Gestisco la cucina e i pranzi comunitari. In più coordino corsi di teatro (io sono rinato grazie al palcoscenico) a Spazio Polline, un polo culturale e artistico nel passante ferroviario di Villapizzone”.

Quanti sono i ragazzi con cui è a contatto?

“Moltissimi. Decine. Solo Kayros accoglie tra i 50 e i 70 giovani. In loro vedo due modalità di confronto: una fragile e una aggressiva, e quella da mostrare è sempre la seconda. Ma vivere con loro significa pazientare per poi vedersi offrire una fragilità spiazzante. Nel carcere minorile, mai come oggi, a livello numerico, sono rinchiusi ragazzi accusati di omicidio. Mi sono chiesto perché. E poi ci sono tanti italiani di seconda generazione che chiamiamo “stranieri” per il colore della pelle. E mi sono chiesto “l’integrazione dov’è?”. Io ho passato 23 anni della mia vita rinchiuso, di cui 9 senza mai uscire. Prima e il dopo ho visto due mondi completamente diversi”.

E che differenze nota rispetto al passato?

“I ragazzi di oggi sono nativi digitali, si rivolgono all’IA per i dubbi, passano ore e ore sui social, si spostano più con il monopattino elettrico che a piedi o in bici. Ma in un mondo iperconnesso e sempre meno fisico si ritrovano a essere più soli. Io ero in un mondo in cui aveva importanza guardarsi negli occhi e parlarsi per comunicare. In cui ci le domande esistenziali non si facevano a un’intelligenza artificiale. Si era meno soli. Però non è “colpa” dei ragazzi”.

Gli adulti su cosa dovrebbero interrogarsi?

“Sul fatto che se i ragazzi delinquono fuori significa che qualcosa non va a livello profondo. Quasi sempre il problema inizia in famiglia: se un ragazzo sta meglio fuori piuttosto che in casa, un motivo c’è. Cerca aria fuori, e può inciampare”.

Come risolvere il problema?

“Non si investe abbastanza in periferia. Anni fa Parigi ci ha insegnato che l’abbandono porta a conseguenze pesanti. Se si semina oggi, i risultati si vedono tra 3, 4 anni ma questo può fare la differenza. I semi sono dare un’alternativa, delle possibilità. Gli adolescenti devono avere persone che credano in loro. Con Franco Mussida abbiamo realizzato “Wait - Il Musical” con protagonisti adolescenti difficili. Io stesso continuo a fare teatro con loro: cambiano totalmente, in meglio. Il futuro non fa più paura. I giovani vengono coinvolti in tanti progetti. Il prossimo appuntamento sarà giovedì alla Comunità di Villapizzone per parlare di fiducia. È aperto a tutti, poi si farà insieme un aperitivo”.

Un consiglio agli adulti?

“Sforzarsi di essere credibili e di dare il buon esempio. Che senso ha fare la predica e poi litigare, comportarsi senza pensare al prossimo? E succede anche “solo” mettendo la macchina in terza fila. Ricordiamoci che i ragazzi ci guardano, sempre”.