di Federica Furino
Elle, 16 luglio 2020
"Siamo partiti con 1.900 famiglie e a giugno siamo arrivati a circa 6.000. In totale, con 10 hub temporanei in città, abbiamo portato la spesa a più di 20.000 persone, di cui circa 13.000 adulti e 7.000 minori". L'identikit di queste nuove povertà lo traccia Daniela Attardo, responsabile del coordinamento dei servizi sociali territoriali di primo livello del Comune di Milano.
"I primi ad avere accesso alla distribuzione dei pacchi alimentari sono stati quelli che già percepivano aiuti. A queste persone, però, settimana dopo settimana, si sono aggiunte famiglie nuove spinte sotto la soglia di povertà dal lockdown. Italiani e stranieri che non avevamo mai visto perché, fino ad allora, ce l'avevano fatta con le loro forze.
La comunità filippina, per esempio: mai aveva pesato sui servizi del Comune. Nei giorni del Covid invece ci ha contattati direttamente il loro consolato perché la maggior parte delle persone aveva impiego in lavori domestici e si era trovata senza reddito. Senza dimenticare altre categorie: chi viveva di elemosina, come i rom. O i sex worker.
Sono emerse anche figure che non erano visibili: gli immigrati irregolari, persone arrivate con un visto turistico e rimaste qui, spesso con i bambini iscritti a scuola, in case affittate in nero, senza residenza e quindi senza possibilità di accedere agli aiuti pubblici". Chiedere aiuto, dice, non è facile se non sei abituato a farlo. "Significa riconoscere un senso di fallimento. L'istituzione del numero unico 02.02.02 per ogni genere di richiesta ha reso meno imbarazzante farsi avanti. Molti hanno ammesso di non avere da mangiare solo su richiesta degli operatori".
Attardo è anche coordinatrice delle assistenti sociali di comunità coinvolte nel Programma Qubì - La ricetta contro la povertà infantile della Fondazione Cariplo: una corazzata nata tre anni fa che mette in rete 600 associazioni di 25 quartieri milanesi e che nei giorni dell'emergenza ha fatto da collegamento tra il Comune e il territorio, compilando le liste delle famiglie fragili e coordinando gli interventi. Simona Michelazzi è referente della Rete Qubì di Stadera, nella periferia sud di Milano e ha passato l'emergenza in prima linea.
"Si sono affacciate a noi famiglie che in altri momenti non ci avrebbero mai contattati: lavoratori precari o in nero, gente con contratti fragili o non in regola. Avevano un sistema che, pur nella precarietà, teneva e non erano abituati a chiedere aiuto. Improvvisamente, si sono trovati senza poter fare la spesa, perché se hai l'affitto, le bollette, le spese fisse, soldi per il cibo non ne restano. E far fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, se non sei abituato, è durissima. Ma anche in questa Milano che non corre, c'è un'anima forte: ho visto una grande dignità e uno sguardo puntato verso l'alto nonostante le difficoltà".
Continua Emanuela Manni, referente Rete Qubì Padova: "I problemi sono gli stessi per tutti: italiani e stranieri. Ma gli italiani per lo più hanno parenti, amici, una comunità di appartenenza che li aiuta nel momento più critico. Prima di arrivare qui, devono aver perso i contatti sociali". E infatti, spiega, a loro si rivolgono soprattutto anziani e stranieri.
La prima urgenza, dice, è stata per tutti il cibo. "Abbiamo scoperto che c'è una grande differenza tra chi immagina la povertà e chi la vive: il pacco alimentare che consegnavamo, per molti, era molto molto più di quanto fossero abituati a mangiare. Ci sono famiglie di quattro persone che vivono normalmente con 40 euro di spesa al mese. O anziani a cui portavi la cassettina con 4 mele, 4 arance, 5 patate e un cavolo e ti dicevano: troppa roba! Ci sono persone che comprano solo farina, perché con la farina puoi fare tante cose".
L'altra grande urgenza ha toccato i bambini. "Stiamo parlando di nuclei anche di sei persone in 28 metri quadrati. Case in cui il tavolo non c'è, e si fa tutto a terra. Attraverso Whatsapp abbiamo visto bambini fare i compiti davanti a muri ricoperti di muffa, persone che scambiavano il giorno per la notte, due famiglie che dividevano lo stesso bilocale, una stanza a testa. L'assistenza scolastica cercavamo di farla al mattino perché i bambini mantenessero i ritmi sonno-veglia".
Giulia Conti, operatrice all'interno della rete Qubì Parco Lambro, racconta: "Prima del Covid avevamo in carico 33 famiglie, nell'emergenza 76. Molte le abbiamo intercettate su segnalazione dei vicini: famiglie invisibili che vivevano in situazioni di povertà ma non estrema. Per lo più erano stranieri, qualche volta mamme sole, donne che facevano le colf o le babysitter, non si aspettavano di perdere il lavoro e non sapevano come comportarsi perché avevano mandato tutti i soldi a casa. Abbiamo dato aiuti alimentari, pacchi di pannolini e tablet per la didattica. Ora che le attività economiche sono ripartite, stiamo aiutando le persone a cercare lavoro, rivedendo i curriculum e le competenze. Prima li abbiamo aiutati a non cadere, ora li aiutiamo a rialzarsi".
È questa, nello spirito della Milano che corre veloce, l'idea di sostegno. "Siamo certi che questa sia una fase provvisoria", spiega ancora la vice sindaca Scavuzzo. "Nella fase 3 chiudiamo gli hub dell'emergenza e lavoriamo per rafforzare gli hub contro lo spreco alimentare: a quello di via Borsieri, nato un anno e mezzo fa, ne affianchiamo uno nuovo a Lambrate e siamo impegnati per aprirne almeno altri due a stretto giro. L'esperienza di questi mesi ci ha insegnato molto e ci ha fornito strumenti che potranno tornare utili dovessero servire nuovamente.
Una sfida importante è lavorare sui criteri di accesso agli aiuti: vogliamo continuare a dare assistenza senza essere assistenzialisti. Aiutiamo le famiglie anche promuovendo percorsi verso l'autonomia, sostenendo chi temporaneamente ha perso il lavoro, perché non scivoli nella povertà e perché possa trovare occasioni per tornare a essere indipendente. Non abbiamo perso l'ottimismo e la voglia di rimboccarci le maniche, senza lasciare indietro chi fa più fatica".










