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di Allegra Ferrante

Corriere della Sera, 20 novembre 2025

Figlio unico di un notaio del centro, nipote di una delle famiglie storiche della borghesia milanese, ora è in cura psichiatrica. A maggio è stato incastrato da due minorenni che aveva istigato a rapinare un passante. Il coltello brilla un istante sotto i neon in via di Tocqueville. Non gli serve toccarlo. Ne misura la geometria: “Questo no. Te lo portano via alla prima perquisa”. Si muove con sicurezza. “È lui, il milanese”, lo annunciano. Filippo (nome di fantasia) è l’istruttore di un piccolo branco di maranza: li aggancia, li fa sentire scelti, li addestra a scippi e rapine. Ha vent’anni, studia Ingegneria gestionale al Politecnico, media del 28. Figlio unico di un notaio del centro, nipote di una delle famiglie storiche della borghesia milanese, quelle con il cognome inciso sulle targhe di ottone e sugli inviti della Triennale. “La psichiatra dice che sono un curatore della violenza altrui”. Il Corriere ha ascoltato il suo racconto.

Ore 23. Angolo via Rosales. Filippo si apposta, scuote un pacchetto intonso di sigarette elettroniche. È il richiamo. Quando due sedicenni gli si avvicinano - cappucci tirati, occhi che sfuggono - lui sorride. “Non fate i cani sciolti”. Li adesca così. Regali calibrati: un paio di auricolari, scarpe della Nike appena uscite nei negozi, gli dà quell’attenzione mai sperimentata. “Parlo con loro, li ascolto”. Poi l’ordine asciutto: “Voi seguite. Io comando. Imparate”. Li trascina nei parcheggi retroilluminati di via de Cristoforis. È lì che li plasma. Prima la scelta della preda: “I vestiti mentono. È dalle mani che capite se va abbattuto o evitato”. Poi i colpi veri: aggressioni feroci, violenza secca da marciapiede. E mentre i minorenni fanno il giro dell’isolato per strappare una collanina, lui resta appoggiato al muro. “Non voglio i soldi”, ripete. Il bottino se lo fa riportare, sì, più per rituale che per guadagno.

Non colpisce mai in prima persona, lo fa fare agli altri. La sua diagnosi parla chiaro: disturbo borderline con tratti antisociali. Lui la riduce così: “Di notte finalmente esisto”. Da sei mesi, ogni martedì alle 18, si siede nello studio di una psichiatra in zona Cadorna e inizia a parlare. “Non faccio male perché non mi conviene. Ma dentro mi sale...”.

Quando li vede colpire, si calma. “È come se la violenza fosse mia. Mi fa stare bene”. Eppure, alla luce del giorno, nulla tradisce il ruolo che si è costruito: lezioni, appunti ordinati, caffè presi con misura. La sera rientra tardi senza far rumore, posa lo zaino nella stanza ben rifatta dai domestici. Nell’ultima seduta, lo specialista scrive: “Tendenza a creare micro-gruppi manipolati per compensare vuoto identitario”. Con il monito: “Rischio di condotte etero-aggressive indirette”.

Il venerdì che rovina il suo gioco arriva a maggio. Davanti a un minimarket in via Borsieri all’Isola, tre dei ragazzi che lui ha formato accerchiano un uomo: vogliono il suo orologio. Una spinta di troppo, un piede che scivola, una testa che batte sull’asfalto. Due minorenni vengono fermati vicino ai binari di Garibaldi. In questura pronunciano il suo nome. “È l’ingegnere. Senza di lui non avremmo fatto nulla”. Alle 7.40, due auto civetta si fermano sotto il palazzo elegante liberty in cui abita. La portinaia non si insospettisce: crede siano tecnici del boiler. Gli agenti salgono, bussano. Filippo apre in felpa. Sul tavolo, gli appunti di Analisi. “Fate piano”.