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di Elisabetta Andreis

Corriere della Sera, 19 gennaio 2025

Incontri tra detenuti e pazienti di Fondazione Sacra Famiglia. La terapia di Emozioni all’Opera nel carcere milanese. “Un aiuto reciproco a superare forme diverse di chiusura”. “Dei matti e dei carcerati che si incontrano”, sminuisce qualcuno con etichette sbrigative, oltre che improprie. Ma è ben più profondo il senso del progetto “Emozioni all’Opera” che per un anno ha fatto frequentare ogni settimana venti persone che vivono ristrette nel carcere di massima sicurezza di Opera e sei pazienti psichiatrici in cura al centro diurno della Fondazione Sacra Famiglia. “Il nocciolo - sintetizza per esempio Bessi, 40 anni e tanta vita passata in cella, ora a Opera con permesso di uscire per lavorare con l’articolo 21 - sta nella umanità e nella libertà che ognuno dei due gruppi riceve dall’altro. Siamo prigionieri tutti, noi e loro, ma loro non hanno nessuna colpa. Sono intrappolati nella loro stessa mente eppure sperimentano forme creative e libertà di pensiero che sono di ispirazione perché non hanno le inibizioni che a volte frenano noi dall’esprimere quello che sentiamo dentro”.

Negli incontri si abbattono gli stereotipi legati a due mondi spesso tenuti ai margini della società, si superano le etichette attraverso lo scambio e il tempo passato insieme. Bessi ha stretto particolarmente con Luca Tornatora, 37 anni, persona con disagio psichico: “È terapia, così per gli uni come per gli altri”, afferma con convinzione. Lui è in cella da otto anni: “La possibilità di fare attività e conoscere persone è ovviamente molto limitata. Come associazione In Opera avevamo proposto di renderci utili andando una volta a settimana nelle Rsa (residenze per anziani) o nelle scuole ma non abbiamo avuto il permesso, non c’è la scorta disponibile a prendere un tale impegno; allora abbiamo controproposto di fare venire qualcuno ad incontrarci e sono arrivati loro”.

Di Luca ha imparato a conoscere paure e fragilità, ma anche il grande spirito vitale che lo porta a rompere i vincoli inibitori in alcune situazioni. Eppure secondo Luca: “Sono più liberi loro di noi. La loro prigionia è solo di spazio, le nostre angosce sono legacci che stringono più delle sbarre”. Il suo amico Bessi è in carcere per reati legati a un grosso traffico di stupefacenti: “Le sostanze spesso fanno emergere forme di fragilità psichica che senza droghe non si manifestano”, dice Luca. “L’incontro con lui - risponde Bessi - mi ha fatto diventare più sensibile anche rispetto a questo tema, la mia voglia di riparare è massima. Non so quanti danni anche mentali ho provocato alle persone che hanno iniziato a farsi di droghe per colpa mia ma so che quando si inizia con l’eroina si perde completamente la libertà di scegliere”.

Luca, dal canto suo, non può credere di essere stato “utile” a qualcuno. Lui va al Camaleonte (Centro psichiatrico di Sacra Famiglia) tre volte la settimana e frequenta i laboratori sulle emozioni, sulla comunicazione e sulla pittura e sugli incontri con i detenuti è stato girato anche un video che è su YouTube, “La cura improbabile”. “Al primo appuntamento al carcere di Opera - racconta - ero tesissimo perché sono restio a confrontarmi con chi non conosco e chiuso di carattere, sempre intimorito di fronte alle novità, sia belle sia brutte. Non avevo voglia di avere rapporti con persone che avevano fatto i delinquenti. Ma Bessi o Gianni sono diversi dall’idea che io avevo dei detenuti come di persone furbe, fin troppo sveglie, che ti vogliono fregare… loro sono calmi, tranquilli, con un carattere simile al mio. Mi hanno raccontato la loro storia, e mi riferisco non solo al passato ma il percorso di riparazione che hanno cominciato. Mi hanno giurato che non faranno mai più niente di male. Spero che siano sinceri, altrimenti rimarrei deluso. Ormai lo hanno detto a me, non possono rimangiarsi la parola data”.

Esperienze - Alcune storie lasciano il segno: “Per esempio - ricorda ancora Bessi - mi ricordo di Gino, 74 anni, che pensava di essere un prete e aveva iniziato a dire messa davanti a tutti noi. Pian piano quella sua convinzione è diventato un rito, finché qualcuno ha cominciato a pregare davvero”. E ancora: “L’esperienza di questo progetto per me è unica. Ho imparato tante cose, ma la principale - dice - è che il pregiudizio che mi sono sempre sentito addosso non prevale, non deve prevalere quando incontri una persona. Non puoi giudicare un’altra persona, un ambiente, come per esempio i detenuti e l’ambiente del carcere. Non posso giudicarti se non ti conosco bene: questo io l’ho imparato incontrando i detenuti e me lo porto via anche riferito a me stesso. Gli altri devono guardarmi per quello che sono, senza pregiudizio, come io ho guardato i detenuti senza giudicarli prima di conoscerli”.