di Brunella Giovara
La Repubblica, 29 novembre 2022
San Vitùr, “come diciamo noi milanesi”, e lo dice uno nato a Cesa, provincia di Caserta. Luigi Pagano, 68 anni. Nel 1989 è entrato nel cuore di Milano come direttore del carcere più grosso d’Italia (con Poggioreale, record di sovraffollamento). Ne è uscito 15 anni dopo. Si è trasferito cento metri più in là, al Provveditorato per l’amministrazione penitenziaria, abitando peraltro a metà strada. Dalle finestre vede i merli in stile medievale, i torrioni in cemento armato. La galera. Eppure così familiare, anche per chi non ci abita.
Dal Kriminalbar (non si chiama così ma lo chiamano tutti così), si vede così bene, l’incombente struttura penitenziaria piantata lì dal 1879 nel “cuore di Milano”, ed è una citazione. “Sono le parole del cardinale Martini. La sua prima visita fu nel 1983, durò 4 giorni. Volle salutare tutti i detenuti, che erano 1800, compresi i brigatisti. Ma io sono arrivato quando nel post terrorismo, San Vittore era un carcere pacificato; nel 1986 era stata varata la legge Gozzini, con cui era stata rimossa ogni pregiudiziale che impediva la concessione delle misure alternative a condannati per lotta armata. Nel 1990 ci furono il nuovo codice di procedura penale e la nascita del nuovo corpo di Polizia Penitenziaria. Un “New Deal”.
Lei aveva 35 anni, ed esperienza, ma era un incarico enorme...
“In quel momento c’erano 2 mila detenuti. Con Mani Pulite siamo arrivati a 2.400. Non c’era posto per i notabili, figuriamoci per i poveri cristi. Io arrivavo dal carcere di Taranto, e prima ancora da Nuoro, Asinara, Pianosa, Alghero, Piacenza, Brescia. Ho cominciato a 25 anni... Quando mi hanno offerto San Vittore ho detto subito sì. Era un segno di stima, senza dubbio”.
Mai stato a Milano, prima...
“A Brescia, ma Milano era un posto mitico. Avevo i miei retaggi culturali, Totò e Peppino alla Centrale, e quella nebbiolina romantica... E Marotta: “A Milano non fa freddo”, infatti io qui non ho mai usato il cappotto”.
Lei è criminologo, di formazione. Ricorderà il primo colpo d’occhio...
“Meglio di quanto immaginassi. Trovai il laboratorio di serigrafia, quello di pelletteria, e ricordo che mi fece una certa impressione vedere taglierini e lame nelle mani di persone definite pericolosissime. Il maresciallo comandante fu il mio Virgilio, disse: “Non tocchi ancora niente, prima cerchi di capire”. Feci una lunga full immersion. Dormivo, mangiavo, vivevo dentro. Pensavo alla città, mi accorsi che esisteva già un rapporto con Milano, grazie al cardinale, a certa intellighenzia, a Giorgio Bocca, a padre Turoldo, a Franco Mussida della Pfm, che faceva corsi professionali di chitarra. E ho aperto di più le porte alla società. Non è stato poi difficile, trovare altri che volessero entrare, tra volontari, terzo settore, esperti di formazione. Una forzatura necessaria perché San Vittore, così come Poggioreale e Regina Coeli, erano concepiti come luoghi di contenimento. Muri possenti, cancelli, il “panottico”. Era passata l’epoca dei banditi a Milano, del terrorismo, però erano tutti qui, penso a Vallanzasca e ai Br. Persone con cui ti potevi confrontare un po’ su tutto, compreso il problema carcerario. Molti erano anche validi interlocutori. Oggi le cose sono diverse. Il “tasso” criminale è basso”.
Chi c’è in carcere oggi...
“Persone su cui puoi lavorare poco per il reinserimento. Gente per cui il carcere è casa, famiglia, polo psichiatrico. Una comunità di persone in difficoltà. Delinquenti, certo. Ma fuori non hanno niente. Allora invece c’erano persone intelligenti, che per ideologia e per convenienza spingevano per cambiare il carcere. Molti avevano partecipato all’omicidio di chi si era battuto per la riforma penitenziaria. Bachelet, Galli, Paolella, che è stato uno dei miei docenti di criminologia. In carcere ho poi incontrato chi lo ha ucciso. E ho pensato: sei progressista finché non vieni colpito, ma lo devi essere anche dopo”.
Chi è passato, da qui?
“Tutti. Sono arrivato con la Milano da bere, poi c’è stata Mani pulite, i colletti bianchi che quasi sempre si adattavano bene al carcere. Ma ci sono state tragedie, suicidi... Il suicidio in carcere è una delle cose peggiori, e puoi prevenire fino a un certo punto, perché è la stessa detenzione che può scatenare il passaggio all’atto e per prevenirlo non è che puoi mettere il detenuto nudo in una cella. Un direttore vive con l’assillo che qualcosa può succedere da un momento all’altro, io ci ho convissuto sempre. E ogni tanto qualcosa succede. Rivolte, suicidi, omicidi, nonostante le precauzioni. Ricordo il caso di Sindona, che morì a Voghera, eppure era l’uomo più controllato del mondo”.
Ogni tanto si pensa di chiudere San Vittore...
“Ho sempre pensato che è giusto tenerlo in città, ma non così com’è. Facciamone un posto per la metà dei detenuti attuali, 400 o 500 almassimo. La struttura ottocentesca non andava bene quando ci sono entrato la prima volta, e non va bene adesso. La legge vuole un carcere orizzontale, in cui il detenuto non viva in cella, ma ci vada solo a dormire, potendo accedere di giorno a spazi esterni per studiare, mangiare, lavorare. Qui non si può. E un carcere affollato, con spazi angusti che incidono sulla dignità delle persone. Nonostante il grande impegno di tutti gli operatori, non lo ritengo degno di un Paese civile. C’è il dovere di andare oltre, e mi riferisco all’amministrazione e agli enti locali”.
Perciò avete poi costruito Bollate, tuttora carcere modello...
“Bollate l’abbiamo fatta come volevamo noi. C’era una palestra, l’abbiamo trasformata in laboratori. Servivano spazi in cui la gente potesse imparare un lavoro e lavorare. Poi, il carcere rieducativo non c’è, perché è una struttura chiusa per definizione. Ma visto che esiste, cerchiamo di trasformarlo nel migliore mondo possibile”.
Venne Strehler, chiese ai detenuti: “Com’è il direttore?”.
“Non ricordo cosa risposero, ma io gli dissi: “Sto ccà’. Con loro, in un incontro fino a poco prima inimmaginabile. Abbiamo avuto momenti magici, di teatro, musica. Il carcere invitava ad entrare... E c’è venuto anche papa Francesco, che si sedette a mensa con noi. I grandi ti mettono a tuo agio. Quella volta un detenuto mi disse: “È la prima volta che sono contento di stare in carcere”.
Lei ha sempre avuto la fama di direttore umano...
“... ed è vero che ho sfruttato più le doti umane che la tecnica e la criminologia. È che sono sempre stato guardato con rispetto da agenti e detenuti. Vuol dire che ho lavorato bene, credo. Se dai fiducia, ti ritorna tutta indietro. E la dignità poi, è fondamentale. C’è la persona, e c’è la sua dignità. Guai a non rispettarla”.










