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di Elisabetta Andreis

Corriere della Sera, 7 maggio 2023

Coaching motivazionale, le fondatrici dell’associazione Dress for success Milano e il progetto sperimentale: l’iniziativa nell’ambito della Civil week. Alla Casa circondariale di Bollate è mattina presto: dieci donne che vivono in libertà ristretta si trovano davanti allo specchio.

Per avere voglia di alzarsi dal letto di una cella e rendersi “belle” (e ben disposte verso il mondo) ci vuole moltissima forza di volontà, raccontano. Con un po’ di leggerezza, tanta pazienza e la maggior empatia possibile, in punta di piedi sono entrate lì a Bollate le fondatrici dell’associazione Dress for success Milano con un progetto sperimentale che invita le dieci donne detenute di Bollate a prendersi cura di sé.

“Tutto è nato dalla Civil week e dal tema che la kermesse ha messo al centro, il “prendersi cura” di persone, ambiente e territorio - racconta l’avvocato Donatella Cungi, volontaria dell’associazione no profit internazionale che esiste in 30 Paesi da 25 anni -. L’ispirazione ci è arrivata da lì, visto che da sempre sosteniamo a 360 gradi le donne in difficoltà nella ricerca di lavoro. Il progetto - prosegue Cungi - ha coinvolto insieme le detenute e alcune educatrici, oltre al direttore del carcere Giorgio Leggieri.

Altre dieci donne sono già pronte a partecipare a una eventuale seconda edizione”. Coaching motivazionale, lezioni di stile, colloqui di orientamento per trovare prospettive e spinte a migliorarsi. Dieci incontri in totale e “i sette che mancano si svolgeranno entro l’estate”, spiega Giovanna Vitacca, esperta in consulenza d’immagine e coach. Punto di partenza, il colore: “Una detenuta, all’inizio del primo incontro, ci ha allontanato dicendo “Io sono nera”. Voleva dirci che era arrabbiata, triste. Ma ha trovato anche tinte diverse in cui rispecchiarsi - spiega Vitacca -. Attraverso l’approfondimento di moduli tematici, ciascuno dedicato a uno specifico argomento, stiamo accompagnando le partecipanti verso una maggiore consapevolezza di sé. Il punto è cercare un equilibrio tra forma e sostanza senza pensare che la seconda sia monolitica e la prima inutile: se la forma è l’aspetto esteriore, in un contesto come quello detentivo diventa arma cruciale per non lasciarsi andare”.

La sostanza invece, ovviamente, è la natura profonda, l’indole, il vissuto: “È ciò che siamo e come con lo stile esprimiamo noi stesse - dice la style coach. L’obiettivo è generare in queste donne l’idea che ognuna di loro è unica e speciale e per questo hanno l’obbligo e il dovere di volersi bene e valorizzarsi, non soltanto quando ricevono le visite dei parenti che hanno a che fare con il passato”. Ogni giorno può esserci una donna nuova, continua: “Si lavora sulla dignità e il decoro come basi per creare l’identità, lo stile. E non perché si debba essere accettati, riconosciuti dagli altri o perché si deve gratificare qualcuno, ma solo per sé stesse”.

Ognuna deve capire che cosa sa fare e che cosa le interessa fare. Deve mettere a frutto capacità e talenti, sviluppare competenze, studiare ed esercitandosi non solo in funzione di quando rimetterà piede fuori ma anche in funzione del presente, dentro le mura. L’ultimo incontro è sul futuro e culmina con la creazione di un curriculum e con una iniezione di autostima che “resterà bagaglio di vita”.