di Luca De Vito
La Repubblica, 25 gennaio 2020
Il presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano: "La detenzione quando si tratta di reati lievi o di persone incensurate è una misura sproporzionata". "Il problema, di questi tempi, è che la narrazione politica è tutta spostata sul carcere come soluzione dei problemi: in realtà aumentare le pene non serve a diminuire i reati". Vinicio Nardo, presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano, interviene sul tema delle alternative alla detenzione.
Presidente Nardo, come valuta questi numeri?
"Sicuramente l'esperienza è positiva, non a caso è stata fortemente voluta dagli avvocati. Tutti noi ci rendiamo conto della sproporzione della sanzione del carcere in una grandissima parte dei processi che vengono svolti. Sia perché si tratta di reati lievi, sia perché molte di queste persone sono incensurate. Il problema adesso è politico".
In che senso?
"La narrazione del dibattito politico è tutta in direzione della pena carceraria: non a caso non si è varato l'importantissimo progetto di legge elaborato dagli stati generali dell'esecuzione, ovvero la riforma Orlando per le carceri, che prevedeva tra le altre cose la sistemazione del pacchetto delle misure alternative, potenziandole e inserendo una modalità che avrebbe consentito di approfondire la valutazione delle persone a cui far scontare la pena fuori dal carcere".
È rimasto tutto bloccato...
"Senza quel progetto non si danno le risorse giuste a tutto il sistema dell'Uepe e agli operatori del sistema carcerario e dei servizi sociali. Ad esempio gli psicologi che lavorano con i detenuti e che devono fare le loro valutazioni affinché i servizi interni al carcere funzionino. Adesso si continua con il sistema ordinario che ha pochi mezzi".
Perché secondo lei questo stop?
"Probabilmente qualcuno ha temuto che fosse penalizzante da un punto di vista elettorale, evidentemente è più facile dare una risposta illusoria aumentando le pene, invece di ricorrere a un sistema alternativo che ha dimostrato di funzionare, anche con l'abbattimento del tasso di
recidiva per chi sta fuori dal carcere".
Le pene alte non servono secondo lei?
"Facciamo un esempio pratico, l'omicidio stradale: in questo caso le pene sono state aumentate a dismisura, ma il numero di morti in strada è sempre lo stesso e non è diminuito neanche il numero di incidenti. Significa che c'è qualcosa che non torna. Non è con l'aumento delle pene che si riducono reati".
Milano ha dimostrato di essere all'avanguardia sul tema delle alternative al carcere. È un modello che funziona meglio che altrove?
"Milano è un esempio virtuoso perché è una piazza che sa accogliere le novità e le sa utilizzare a beneficio del funzionamento della macchina. È così da sempre. Diciamo che queste misure alternative hanno preso piede in tutta Italia, e anche se all'inizio potevano esserci delle remore ideologiche, tutti hanno capito che funzionano".
Qual è il passo avanti che bisognerebbe fare adesso?
"Il primo è riprendere a ragionare in termini più razionali e non di un automatico aumento delle pene. Viceversa, bisogna ampliare tutto il ventaglio della reazione dello Stato al reato, con delle soluzioni diverse dal carcere. Poi bisogna rafforzare legge Gozzini riprendendo il lavoro fatto dagli Stati generali dell'esecuzione e aumentare i casi di messa alla prova oltre che di pene sostituite con lavori di pubblica utilità. Bisognerà creare infine un sistema molto più vasto di enti e associazioni presso i quali si possono completare questi percorsi".










