di Alessandro Cozzi
ilsussidiario.net, 26 dicembre 2025
Questo Natale nelle carceri milanesi è diverso dal solito: occorre condividere lo spazio con altri nuovi detenuti. Il Natale in carcere è sempre un momento “strano”. Io, che ne ho vissuti ormai parecchi così, posso affermarlo: da un lato c’è il colore della festa, la possibilità di comprare i panettoni, gli addobbi - anche in galera ci sono presepi, alberi di Natale, palline colorate e stelle luminose nei corridoi, negli atri, oltre che nelle cappelle e persino in qualche cella; dall’altro c’è il senso della mancanza, una nostalgia che si fa a volte lacerante (le famiglie lontane, i ricordi che giungono a sopraffare, il senso di esclusione…). Per cui è bellissimo e greve nel medesimo tempo.
In tanti lo sanno e lo capiscono, per cui operatori e volontari si danno da fare perché almeno gli ultimi giorni prima del 25 siano sereni, al meglio delle possibilità. Ma questo Natale 2025, nelle carceri di Milano, è diverso. Il mese di dicembre ha visto infatti due accadimenti imprevedibili, che hanno scombussolato tutto e tutti. La decisione di chiudere la C.R. di Vigevano, spostando tutti gli 800 e più detenuti che stavano lì; e poi l’incidente a San Vittore, dove un intero raggio è stato svuotato in fretta e furia nella notte del 13 dicembre, perché è andato a fuoco per un cortocircuito. Così negli altri penitenziari è arrivata un’ondata di nuovi “ospiti” che non ci stavano! Le celle già piene si sono saturate all’inverosimile, con un affollamento non conosciuto prima. C’è poco da fare, la situazione è questa. Ma il disagio è grande, il malcontento ancor di più, la difficoltà per chi vive nelle carceri (inclusi i poliziotti, gli educatori, il personale tutto) è aumentata.
Come pensare al Natale in uno scenario simile? Ci si potrà mai concentrare su Betlemme (dove, tra l’altro, non si sta mica tanto bene oggi), su quella “stalla”, sul Bambino deposto nella mangiatoia? Ci si può ancora intenerire con quella storia che intreccia le vicende degli uomini con quelle degli angeli? Assomiglia alle fiabe che si raccontano ai bambini, qui c’è ben altro di cui occuparsi.
Invece, contro ogni aspettativa, ci siamo caduti dentro, in quella storia. Quando Giuseppe e Maria, incinta e prossima al parto, sono arrivati a Betlemme perché “qualcuno”, un potente lontano e invisibile, aveva deciso che bisognava far così, che cosa hanno trovato? Un sovraffollamento. Tutto pieno. Poca o nessuna accoglienza. Non sono riusciti ad avere una stanza adeguata, un posto dove una donna potesse partorire il suo primo figlio con un minimo di tranquillità. No, in una “grotta”, come si canta appunto a Natale, al freddo, con animali a far da riscaldamento. Eppure, proprio lì, Dio che voleva nascere uomo non s’è tirato indietro: è entrato nel mondo poverissimo, fragile, debole come solo un neonato può essere. Un Dio bambino che finisce nel ginepraio delle nostre pazzie. Perché siamo stati noi a rendergli complicata la vita. Siamo stati noi a braccarlo, a inseguirlo, a disseminare esche e tranelli sul suo cammino. Finché lui un giorno finirà issato sulla cima del monte Calvario.
Così, davanti alla debolezza di Dio, abbiamo perso il diritto di parola. Di fronte a un Dio così, come si fa a lamentarsi? Come si può recriminare, discutere, litigare? Con chi ce la prenderemo a buon diritto? Gesù Bambino dissolve la nostra collera. Davvero quest’esserino bisognoso è Figlio di Dio, è Dio? C’è molto da adorare nel Dio bambino, come hanno fatto i pastori, che non so quanto abbiano compreso, ma intanto c’erano, erano lì, davanti a Dio nudo e tremante. Poi verranno tutti gli altri e, in coda, anche noi.
Natale nelle prigioni lombarde sarà complicato, quest’anno, senz’altro. Verrebbe voglia di ribellarsi, ma il Natale medesimo ci inchioda. E così anche qui, dove abito io, ho visto gente che accoglieva l’ultimo arrivato dove non c’era posto per metterlo: inventandolo. Ho visto persone che regalavano vestiti a chi è giunto con niente; ho visto dividere piatti di pasta preparati con cura, far in modo che i “nuovi” andassero al primo colloquio fatto qui con i loro familiari portando qualcosa, una bottiglia di tè, i biscotti…
Natale è così: ci forza, quasi ci strappa fuori dal cuore la nostra parte migliore: la compassione. Dio prende a spallate l’uscio delle nostre sicurezze perché vuole semplicemente entrare. Diceva sant’Agostino che è inutile che Dio nasca nella povertà di una capanna, se poi non nasce nei nostri cuori. E rieccolo, Dio: a scombinare le nostre vite, una delle cose che gli riesce meglio, se lo si lascia fare. Ed è per questo che, ancora una volta, anche qui, possiamo augurarci un Buon Natale!









