agensir.it, 1 marzo 2026
Fischio d’inizio, squadre in campo e voglia di mettersi in gioco: è questo lo spirito che ha animato la III edizione dei Giochi della Speranza alla Casa di reclusione di Milano Bollate, la “piccola olimpiade in carcere” che ha trasformato per un giorno l’istituto penitenziario in uno spazio di competizione leale, incontro e condivisione autentica. Dopo la precedente esperienza nella Casa circondariale di Rebibbia a Roma, l’iniziativa ha fatto tappa per la prima volta a Milano, respirando idealmente l’atmosfera dei Giochi olimpici e paralimpici di Milano Cortina 2026.
Un ponte simbolico tra la città attraversata dal “vento olimpico” e un luogo che, troppo spesso, resta ai margini dello sguardo pubblico. Circa 200 partecipanti hanno preso parte all’evento, trasformando per un giorno il carcere in uno spazio di incontro, partecipazione e autentica condivisione. Promossa dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo sport, dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, dalla rete dei magistrati Sport e Legalità e dal Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre, con la collaborazione del Csi Milano, la manifestazione ha visto scendere in campo quattro delegazioni - detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e rappresentanti della società civile - chiamate a competere fianco a fianco in tornei di calcio a 7, pallavolo, atletica (velocità e staffetta), calcio balilla, tennis tavolo e scacchi.
“Questa edizione alla Casa di reclusione di Milano Bollate - ha dichiarato Daniele Pasquini, presidente Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport - ha segnato un passaggio decisivo nel percorso di crescita dei Giochi della Speranza. Non è stata una semplice replica, ma un’evoluzione concreta del progetto”. Il secondo elemento è che i Giochi sono “usciti da Roma, la città in cui sono nati, per approdare a Milano. Questo passaggio conferma la visione che avevamo maturato e strutturato nel tempo: costruire un format solido, replicabile, capace di essere esportato e adattato a ogni realtà penitenziaria del Paese” con l’obiettivo di portare i Giochi della Speranza in ogni carcere d’Italia, trasformando lo sport in uno strumento stabile di educazione, responsabilizzazione e rinascita”.
“Portare la fiaccola e i valori olimpici dentro un carcere - ha detto il presidente Csi Milano, Massimo Achini - significa far vincere lo sport. Un’attività che portiamo avanti sempre, il Csi svolge più di 700 ore di ‘sport oltre le sbarre’ nelle carceri di Milano e Monza”. Il “sogno” per il prossimo anno è quello di “replicare questa giornata in contemporanea in tutti gli istituti penitenziari del nostro territorio. Lo sport italiano ha bisogno di sogni e di follie come questa”.
La mattinata si è aperta con la cerimonia inaugurale e il saluto delle autorità, in un clima di attesa e partecipazione che ha coinvolto l’intera comunità penitenziaria. A seguire, tornei e prove sportive hanno animato gli spazi dell’istituto. Ogni disciplina ha rappresentato un’occasione per misurarsi nel rispetto delle regole, sperimentare collaborazione e riscoprire il valore del gioco come linguaggio universale.
Lo sport è “un’occasione di riscatto, perché sa restituire fiducia a chi l’ha perduta e dignità a chi si è sentito escluso”, ha detto l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, che ha preso parte alle premiazioni: “nel gioco si impara che una persona non è definita dai propri errori o dalle difficoltà incontrate, ma dalla volontà di rialzarsi e di riprendere il cammino.
Lo sport non cancella le ferite, ma insegna a trasformarle in forza, a riconoscere il valore di ciascuno e la possibilità di contribuire al bene comune. Questo sguardo richiama anche la realtà delle carceri, dove il sovraffollamento e le condizioni di vita rischiano di indebolire la dignità delle persone detenute. Nessuna pena dovrebbe mai spegnere la speranza né precludere percorsi di riscatto, perché ogni uomo e ogni donna conservano la possibilità di un futuro di libertà interiore e di reinserimento nella comunità”.











