di Cristina Lacava
Io Donna - Corriere della Sera, 3 maggio 2025
Francesca De Stefano, 55 anni, avvocata, è la moglie di Santo Versace e vicepresidente della fondazione intitolata al marito. Scivoli, altalene, un angolo picnic con tavoli e panchine e tanto verde: là dove c’era uno spazio esterno abbandonato, nel carcere di Bollate (MI), verrà inaugurata la settimana prossima, a pochi giorni dalla Festa della mamma, un’area riqualificata per far passare alle detenute un po’ di tempo in tranquillità con i figli. Un posto bello, dove i bambini e le madri abbiano voglia di tornare per condividere momenti preziosi. Il progetto “Abbracci in libertà” è della Fondazione Santo Versace, che l’ha realizzato con il supporto di Banca del Fucino.
A seguirlo passo dopo passo, dall’idea al taglio del nastro, è Francesca De Stefano, moglie di Santo, avvocata, ex dirigente dello Stato, ora impegnata a tempo pieno nella solidarietà come vicepresidente della fondazione. Una donna che, come ripeterà spesso nella nostra conversazione, si sente grata alla vita per quello che ha ricevuto. E che, grazie anche a un percorso di spiritualità compiuto insieme al marito, sta cercando di restituire il più possibile a chi, invece, ha avuto poco o niente.
Com’è nata l’idea di “Abbracci in libertà”?
Un’amica ci ha segnalato questo spazio inutilizzato a Bollate. Eravamo già presenti nelle carceri con alcuni progetti, in questo abbiamo scelto di sostenere la maternità. Il momento dell’incontro tra una detenuta e un figlio è molto delicato; se si svolge in un luogo inadatto, squallido, diventa mortificante e porta dolore. Ci siamo detti: perché non ne facciamo un’oasi di bellezza in modo che sia attrattivo, che i bambini vogliano tornarci per condividere un tempo sereno con la mamma? Abbiamo deciso di dare spazio ai giovani e ci siamo rivolti ad architetti under 35. Alla fine abbiamo scelto il progetto di Imge Duzgun, 28 anni, dello studio Ideas di Milano, che ci ha emozionato di più. È uno spazio aperto con tante aree per momenti diversi; ci sono altalene e scivoli, tavoli e panche per mangiare insieme o chiacchierare, giochini educativi da condividere, aiuole fiorite, alberi e siepi per garantire la privacy.
Pensate di replicare il progetto? Non è il vostro primo progetto per le detenute...
No. A Taranto, nel reparto femminile, sosteniamo l’ampliamento di Made in carcere, un laboratorio dove si realizzano con tessuti di scarto accessori, magliette, borse, gadget. Pensiamo che la funzione della pena sia il recupero delle persone, e il modo per arrivarci è prima di tutto il lavoro che, è dimostrato, abbatte la recidiva. Non tutti la pensano così, purtroppo. Noi invece ci crediamo fortemente e cerchiamo di offrire gli strumenti per aiutare il reinserimento nella società. Oltre al lavoro, è importante poter esercitare la genitorialità: una detenuta che può fare la mamma si sente viva, ha una sua dignità e una motivazione in più per non tornare dentro. Aggiungo una nota personale: non sono madre, ma riesco ad appagare il mio istinto materno aiutando le madri in difficoltà a essere felici con i figli. Mi sento felice con loro.
“Abbracci in libertà” è l’ultimo progetto della Fondazione. Ci racconta com’è nata?
Eravamo già vicini a diverse situazioni di fragilità, come appunto Made in carcere. Qualche anno fa abbiamo deciso di organizzarci, creare una struttura. Mio marito Santo, l’amore della mia vita, voleva che la fondazione si chiamasse Santo e Francesca Versace. Gli ho detto che se avessi avuto un figlio avrei voluto che fosse come lui, un vulcano, e che questa fondazione sarebbe stata un po’ un figlio nostro. Il nome doveva essere il suo. E così è stato.
Non abbiamo fatto una scelta precisa, abbracciamo la fragilità a 360°. Abbiamo un progetto internazionale in Kenya, “Il miracolo della vita”, dove abbiamo creato una casa rifugio per le giovani madri che vivono in strada. Le più fortunate si prostituiscono; le altre sniffano colla per non sentire i morsi della fame. Noi le
Di che cosa vi occupate?
Accogliamo grazie a una mentore che conosce quella vita; offriamo un alloggio e insegniamo loro un lavoro, affinché siano autonome. In Italia siamo al fianco della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Benzi, per le donne vittime di tratta. Con il “Gusto del bene” sosteniamo il laboratorio artigianale Redenta, dove producono marmellate e succhi di frutta. Vado spesso a trovarle, ho battezzato alcune delle loro figlie, hanno una forza incredibile. E ogni volta mi sento grata a Dio, alla vita, a mio marito, alla famiglia. Faccio un lavoro che mi rende felice, sono fortunata.
Lei è avvocata, è stata dirigente alla Presidenza del Consiglio, ha lavorato in Senato. Poi ha lasciato tutto. Perché?
Ero all’apice della carriera, tornavo a casa la sera tardissimo. Mi sono resa conto, però, che il mio desiderio più grande era godermi ogni momento con Santo. Ho lasciato tutto. Da vent’anni vivo in questa condizione di grazia. Il nostro è un grandissimo amore; ho conosciuto Santo a 35 anni, ora ne ho 55. Ci siamo sposati l’8 luglio 2023.
Nel 2014 vi eravate già sposati civilmente. Perché la scelta del matrimonio in Chiesa, dopo nove anni?
Quando ci siamo conosciuti Santo era agnostico, io una credente “tiepida”. Insieme abbiamo condiviso un cammino spirituale, abbiamo scoperto la forza della preghiera. Ci siamo arrivati mano nella mano, rovesciando le nostre priorità. Lavorare mi piaceva molto, ma solo impegnarmi nell’aiutare il prossimo mi ha resa felice. Con la fondazione posso farlo in modo sistematico, cercando di restituire il più possibile i doni che ho avuto dalla vita. Creare una rete virtuosa, perché se si lavora insieme a uno stesso fine si raggiungono risultati più importanti. Stiamo iniziando a farlo: penso alla Cittadella dei ragazzi a San Vittore Olona, per adolescenti in difficoltà, dove collaboriamo con Dolce & Gabbana. Se c’è una connessione, si ottimizzano gli interventi. Me l’ha insegnato mio marito quando ha creato la Fondazione Altagamma, che riunisce le imprese dell’eccellenza italiana. Ora lo faremo con la solidarietà.











