di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 21 novembre 2025
Il Garante dei detenuti: “Al momento i fuorilegge siamo noi”. Le difficoltà del carcere minorile e del penitenziario: sovraffollamento e carenza di personale. Luigi Pagano: “Se proprio le carceri devono continuare ad esistere, devono rispettare loro per prime le norme”. A Milano convivono due carceri opposti. Uno respira, l’altro soffoca. Bollate, con i corridoi aperti e i laboratori vivi, sembra la prova che la Costituzione può funzionare. San Vittore e il Beccaria, invece, raccontano l’altra metà della città: muri che si sbriciolano, tensioni che si stratificano, celle che diventano angoli angusti dove la creatività non ha spazio e, nonostante gli sforzi, manca l’aria.
È lo strappo che attraversa Milano e mostra l’Italia com’è, ci dice Luigi Pagano, oggi Garante per i detenuti, nel suo nuovo libro La rivoluzione normale: “Se proprio le carceri devono continuare ad esistere, devono rispettare loro per prime le norme. Al momento i fuorilegge siamo noi”. A San Vittore il tempo non scorre: ristagna. Nove-dieci metri quadri per tre, a volte quattro persone. Il bagno interno, ricavato tagliando ulteriore spazio. Dodici ore di rumore, diciotto di aria viziata. Quando una psicologa viene abusata nella stanza dei colloqui da un detenuto recidivo, si capisce che non è un episodio: è la fotografia di una struttura che non regge più il proprio peso, con personale dimezzato e sorveglianza che si sfalda nei corridoi saturi dell’istituto più antico della città.
Al Beccaria la trama cambia ritmo ma non senso. Gli sforzi per creare attivitá e rinsaldare l’organico ci sono ma “i ragazzi appiccano fuoco ai materassi, lanciano piastrelle dalle finestre”, fanno autolesionismo, assumono farmaci, urlano “assiste!” come se il vuoto e la rabbia potessero placarsi con una sigaretta. Le rivolte scandiscono il tempo. La struttura è un cantiere continuo, il personale rinnovato solo in parte dopo l’inchiesta che ha travolto agenti e dirigenti - e il direttore a tempo pieno ancora non c’é, dopo decenni. “I minori si affacciano alle grate come al bordo di un ring, tra colonne di fumo e reparti che si svuotano per poi affollarsi di nuovo”. Nessuna evasione, nessuna soluzione. Eppure, dieci chilometri più a nord, Bollate mostra che un’altra strada è possibile. Le celle si aprono al mattino e si chiudono alla sera. Gli spazi comuni esistono davvero. C’è chi studia, chi lavora nelle cucine, chi ripara biciclette. I numeri parlano: meno recidiva, meno violenza, meno vite schiacciate nel ciclo infinito di ingressi e uscite. “Non è un miracolo: è organizzazione, programmazione, normalità applicata”.
La domanda, allora, resta sospesa: ma perché Milano, che ospita la prova vivente di ciò che funziona, non estende lo stesso metodo dove serve? Pagano indica una direzione netta: servono case territoriali di reinserimento nei quartieri per chi sconta pene brevi; sorveglianza dinamica reale, con almeno otto ore fuori cella e attività vere; riconversione dei reparti, non nuove costruzioni; coinvolgimento degli enti locali, lavoro e formazione radicati nel territorio. Applicate ai due istituti milanesi, le soluzioni diventano chirurgiche: a San Vittore servono spazi comuni autentici, non corridoi; sei-otto ore fuori cella, non quattro; una rete che accolga i detenuti brevi nei quartieri, non in trasferimenti a centinaia di chilometri. Al Beccaria servono educatori esperti, autorevoli e stabili, reparti ad hoc per i più fragili, percorsi continui di formazione anche all’esterno, non solo emergenziali.
Intanto, fuori dalle carceri, la città mostra lo stesso strappo. L’accoltellamento del giovane bocconiano - che resterà invalido - è un’altra ferita nel tessuto urbano. Tre minorenni incensurati, studenti, che sfoderano i coltelli con una leggerezza glaciale; le frasi intercettate (“tanto non ci beccano”, “gliene diamo un’altra”) hanno il suono di un vuoto educativo che non riguarda solo loro. “È la prova che la responsabilità è collettiva: se il sistema rieducativo non intercetta, non corregge, non frena, la città continua a generare ciò che poi giudica”. Servono condizioni nuove per potersi appellare davvero alle leggi.
Ma i numeri dicono anche altro. Milano è tra le province con il numero più alto di suicidi e atti violenti in cella nel 2025. Un macigno che pesa su un sistema già incrinato. Anche di questo si parlerà venerdì alla presentazione del libro dell’ex direttore della casa circondariale e ora Garante, alle 17.30 in via Pattari, per le Edizioni San Paolo, con anche Daria Bignardi e don Claudio Burgio. San Vittore e il Beccaria viaggiano costantemente fuori scala, ma Bollate non è un faro: è un promemoria. Milano sarà intera soltanto quando il suo carcere migliore smetterà di essere un’eccezione. “Di nuove mura non ce ne facciamo niente: bastano le regole applicate, il personale formato e luoghi dove si impara a vivere, e non solo si prova a sopravvivere”.










