di Stefania Consenti
Il Giorno, 9 luglio 2026
Non è un carcere per donne: “Poche e discriminate dietro le sbarre. Svaghi e lavoretti, qui a Bollate tutto di serie B”. Susanna Ripamonti, direttrice del periodico scritto dai detenuti e dalle detenute del penitenziario vicino a Milano, solleva il tema in un libro il cui ricavato andrà a finanziare il giornale: “Più ascolto, serve parità di genere e prevedere videochiamate con la famiglia”. “Il carcere è “maschio”. Una struttura pensata per gli uomini, pensata dagli uomini, che non ha la capacità di affrontare la specifica sofferenza delle donne. Le donne sono condannate a doppia pena”.
Non usa certo giri di parole Susanna Ripamonti, direttrice di CarteBollate, il periodico pensato e scritto dai cittadini e dalle cittadine detenute nel carcere di Bollate. È autrice con Roberta Ghidelli (curato da Giacomo Ghidelli) del libro “La pena oltre la pena. La doppia condanna delle donne in carcere”, edito da Libraccio editore.
Un libro che offre, senza cedere agli stereotipi, e attraverso le voci delle protagoniste detenute, “la possibilità di entrare nella complessità del tema”, sottolinea nella prefazione Lucia Castellano (che di Bollate è stata la direttrice per otto anni, dal 2002 al 2010). C’è una diversità fra uomini e donne, nell’affrontare il carcere. Gli uomini detenuti normalmente dicono: “Il carcere puoi viverlo o subirlo” e loro scelgono di viverlo. Le donne, invece, lo rifiutano, e questo viene letto come un segnale di disadattamento mentre invece, “è un segno di salute mentale e non di insubordinazione”.
Susanna Ripamonti, perché il carcere discrimina le donne?
“Non ci sono pari opportunità, né per il lavoro né per le cosiddette attività trattamentali, un termine orribile che si riferisce alle attività rieducative, culturali e di svago. La risposta sta nei numeri della popolazione carceraria femminile, così ti dicono. Le donne sono poco più del 4 per cento della popolazione carceraria, intorno alle 2.800, contro i 64 mila dei maschi, distribuite in 46 carceri in Italia; solo tre o quattro sono solo femminili. Paradossalmente, anche quando la legge dei numeri non vale più, come ad esempio a Bollate che è diventato il carcere femminile con il più alto numero di detenute, oltre 180, le attività languono. Apro una parentesi: si sta aggiungendo un settimo letto nelle celle dove ci dovrebbe essere quattro persone, creando un sovraffollamento insopportabile a Bollate. Se, e quando lavorano, svolgono mansioni molto dequalificate, addette alla pulizia, nelle cucine, tutti lavori che vengono fatti su turni, mai un lavoro continuativo, spesso mal retribuito, senza nessuna prospettiva per il futuro. Nel vivaio, a Bollate, ad esempio, lavorano solo uomini”.
Sono discriminate anche sulla salute? E per la sessualità?
“Su questo si è mosso qualcosa. Due anni fa sono state avviate con alcune associazioni iniziative di prevenzioni del tumore al seno e all’utero. Quanto alla sessualità, in molte carceri italiane c’è la camera dell’amore, e anche a Bollate detenuti e detenute possono accedervi in sostituzione dei colloqui”.
L’inadeguatezza del carcere femminile non è però una novità, e come si ricorda nel libro, nel 2008 il Ministero della Giustizia fece un’indagine approfondita e un progetto che si chiamava Piaf, acronimo di “Pensare insieme al femminile”, destinato alle figure apicali degli istituti penitenziari. Con una serie di indicazioni operative. Che fine ha fatto?
“Lettere morta. L’amministrazione non riesce ad ascoltare neppure se stessa. È calato il silenzio, è un argomento che viene completamente ignorato. Il nostro libro più che da leggere, è da “ascoltare”. Anche in un carcere modello come Bollate, dove si applicano le regole, e c’è un atteggiamento di rispetto dei diritti della persona detenuta, c’è un’incapacità di capire, un’assoluta disattenzione”.
Il racconto che più le ha lasciato il segno?
“La storia di Roberta, una delle cinquanta donne arrivate a Bollate nel 2008 quando fu aperto il reparto femminile. Le propongo di entrare a far parte della redazione di carteBollate, le faccio fare un giro nel reparto per scoprire cosa c’è e ad un certo punto in uno specchio vede l’immagine sua riflessa. Roberta resta muta, a guardarsi come se non si riconoscesse... e mi dice: “Sono 15 anni che non mi vedevo tutta intera”. Per me è una delle testimonianze più forti in 18 anni di volontariato in carcere. Perché proibire gli specchi? Considero lo specchio di Roberta il simbolo dell’ottusa afflittività del carcere”.
Che cosa si dovrebbe fare subito?
“Azzerare gli handicap, stabilire l’uguaglianza di trattamento che non esiste dal punto di vista qualitativo. E ascoltare: capire la diversità con la quale le donne vivono il carcere. La maternità, ad esempio, ne soffrono di più degli uomini. Vedono i figli tre giorni all’anno. E poi: dare la possibilità di fare una telefonata al giorno alla famiglia, come deciso durante il Covid, e non una alla settimana. A Bollate l’hanno mantenuta questa buona pratica. E consentire le videochiamate, perché, un detenuto, anche maschio, possa continuare a sentirsi parte integrante della sua famiglia”.









