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di Susanna Ripamonti*

Corriere della Sera, 16 aprile 2024

Studenti del Naba e detenuti hanno raccolto gli oggetti auto-costruiti che in carcere vengono creati per sopravvivere a divieti, spesso incomprensibili. In mostra per la Settimana del design fino al 21 aprile alla Fabbrica del Vapore di Milano. Il progetto nasce dalla collaborazione tra CarteBollate, il periodico fatto dalle persone detenute del carcere di Bollate, e Naba (Nuova accademia di belle arti). Studenti e detenuti hanno raccolto gli oggetti autocostruiti che in carcere vengono creati per sopravvivere a divieti, spesso incomprensibili. Vietate le grattugie (vedere la soluzione nella foto qui sopra), gli uncinetti, gli strumenti per cucinare. Ammesse le penne biro, che all’occorrenza diventano ferri da calza (che invece sono proibiti). La vita detentiva è fatta di privazioni, della necessità di riempire i vuoti, di ritrovare le minuzie della propria quotidianità. In tutto 50 oggetti, che ora sono riuniti in una mostra, Oggetti d’evasione, inaugurata a Milano nell’ambito della Settimana del design, alla Fabbrica del Vapore in via Procaccini 4: resterà aperta al pubblico fino al 21 aprile, poi migrerà nello spazio del Consorzio Viale dei mille, dove sono previsti incontri e laboratori.

Per capire i bisogni da cui nascono questi oggetti dobbiamo iniziare dall’assenza, dal vuoto che accoglie il detenuto al suo primo ingresso in cella. Immaginiamo di esplorarne una a caso, singola o condivisa, arredata con niente: una branda, muri scrostati, tracce della presenza di chi ha abitato quella stanza prima di noi. Un luogo in cui manca tutto e in cui non sai dove collocare te stesso e le poche cose che hai portato con te.

Riempire quel vuoto, abitarlo, renderlo vivibile, è quindi la prima necessità da cui parte la produzione di oggetti d’uso, decorativi, consolatori, scaramantici. Oggetti che parlano di necessità, di solitudine, di nostalgia. Che raccontano il bisogno di ripetere gesti familiari, a cui si è abituati. In carcere non esistono specchi in cui ritrarsi a figura intera. Un piatto di cartone metallizzato diventa un piccolo specchio da toilette: “Mi guardo - si legge nella didascalia - e vedo solo la mia faccia. Chissà dove è finito il resto del mio corpo”. Accanto un cartone con un rotolo di carta igienica appeso con un filo: “Perché nessuno ha pensato che quando sei al cesso non puoi tenerti la carta igienica in mano? (n.b.: il cesso in questione è una turca)”.

Decontestualizzando questi oggetti, esponendoli in una mostra, motivandoli e raccontandoli si è cercato di tracciare una loro biografia che ne esplicita i significati, trasformandoli in oggetti simbolici, dialoganti, in grado di produrre reazioni ed emozioni che prescindono dal loro significato originario. Il lavoro interpretativo fatto con questa operazione, consiste nel rendere transitabile la distanza tra il dentro e il fuori. È un’opera di traduzione e di mediazione culturale dal visibile al dicibile, che mette in comunicazione linguaggi diversi.

*Direttrice di CarteBollate