di Francesca Del Vecchio
La Stampa, 2 luglio 2026
L’ondata di calore mette sotto stress il penitenziario: quasi 1.400 detenuti in una struttura progettata per poco più di 900, acqua che non arriva ai piani alti, blackout e assistenza sanitaria in difficoltà. C’è un momento in cui il carcere smette di essere soltanto un luogo di detenzione e diventa una prova di resistenza fisica. A Milano, penitenziario di Opera, quel momento coincide con l’ultimo piano. Le scale salgono verso il quarto livello e, gradino dopo gradino, l’aria si fa più pesante. Alla fine del corridoio il caldo non è più una sensazione: è un muro. Fuori la temperatura sfiora i quaranta gradi. Dentro sembra ancora più alta.
Le guardie parlano apertamente di punte che arrivano a 39 o 40 gradi nelle celle (di pochi metri quadrati) durante il giorno. “Speriamo finisca presto”, dice uno degli agenti. Non è una frase pronunciata per alleggerire la tensione. È una preoccupazione reale: se il caldo continuasse così, qualcuno potrebbe non farcela.
Sovraffollamento e caldo estremo - La Casa di reclusione di Opera, inaugurata alla fine degli anni Ottanta e pensata per detenuti con condanne definitive, oggi ospita quasi 1.400 persone a fronte di una capienza regolamentare di poco superiore ai 900 posti. I dati ufficiali del Ministero della Giustizia fotografano 1.387 detenuti per 918 posti regolamentari aggiornati a metà giugno, un sovraffollamento che supera il 150% considerando i posti realmente disponibili. I numeri spiegano molto. Ma non tutto. Per capire cosa significhi vivere qui basta osservare le celle del quarto piano. L’acqua, spesso, non arriva. Le pompe che dovrebbero spingerla verso i livelli superiori non riescono più a sostenere il fabbisogno di una struttura tanto sovraccarica. Grande al punto che tra i vari blocchi ci si sposta in macchina. Di giorno i rubinetti restano asciutti. Quando finalmente l’acqua arriva, è già notte, quando il resto dell’istituto ne consuma meno e la pressione torna sufficiente. Ma esce calda, quasi bollente, dopo aver attraversato tubature vecchie di quasi quarant’anni.
Per circa 150 detenuti di età varie tra i 19 e i 65 anni, lavarsi diventa un esercizio di pazienza. Nei giorni peggiori le docce vengono improvvisate all’esterno con gli idranti, sotto il sole.
Blackout e generatori esterni per sopperire alle mancanze. La crisi non riguarda soltanto l’acqua. L’ondata di calore ha fatto cedere anche una parte dell’impianto elettrico, mai completamente ammodernato dalla costruzione dell’istituto. Il blackout ha colpito perfino l’area sanitaria. Per giorni numerosi macchinari hanno funzionato soltanto grazie a un generatore esterno, che però non riesce a garantire il pieno fabbisogno energetico. Alcune prestazioni, comprese le dialisi, sono state trasferite negli ospedali milanesi, con inevitabili complicazioni organizzative. Ma anche uscire dal carcere per una visita specialistica è diventato più difficile. L’organico della polizia penitenziaria è largamente insufficiente rispetto alle necessità quotidiane. Ogni accompagnamento richiede personale che spesso non c’è. Le emergenze vengono gestite, ma molte visite programmate finiscono inevitabilmente rinviate. La sanità interna continua a garantire una presenza medica costante, ma durante la notte c’è un solo medico di guardia per un istituto grande quanto un piccolo quartiere. Dalle sette di sera alle sette del mattino è lui a dover rispondere a qualsiasi emergenza.
Qualche giorno fa un detenuto anziano è stato colpito da un infarto a causa delle alte temperature. È accaduto di giorno, con personale sufficiente per intervenire rapidamente. L’uomo è stato soccorso in tempo. Ma la domanda che molti operatori si fanno è: cosa sarebbe successo se fosse accaduto nel cuore della notte? Per di più con i macchinari funzionanti a mezzo servizio a causa del blackout. L’emergenza climatica rende visibile anche ciò che normalmente resta nascosto. Nei corridoi compaiono scarafaggi. Non è il segno di un carcere completamente abbandonato, ma quello di una struttura che fatica a reggere una popolazione molto superiore a quella per cui era stata progettata. Gli stessi detenuti organizzano turni di pulizia, ma quando gli spazi sono saturi diventa difficile mantenere condizioni igieniche adeguate.
Durante un incontro con la direzione, un gruppo di detenuti ha spiegato di essere disposto a fare una colletta: venti euro a testa per acquistare un climatizzatore portatile, uno di quei piccoli “pinguini” da sistemare almeno nella sala comune dove gli anziani trascorrono qualche ora lontano dalle celle. Il direttore dice che la richiesta è già stata inoltrata, ma che il carcere non può accettare il denaro raccolto dai detenuti. Le regole lo impediscono. Anche il pranzo racconta qualcosa. È il menù estivo: riso bianco bollito, patate lesse ancora fumanti, uova sode. Tutto caldo in una giornata in cui il cemento restituisce calore come una piastra. Nessuna verdura fresca, nessun alimento che possa almeno alleviare la disidratazione.
L’intervento del Partito democratico - Opera continua a distinguersi per molte attività trattamentali, formative e lavorative che negli anni ne hanno fatto uno degli istituti di riferimento del sistema penitenziario italiano. Ma oggi queste esperienze rischiano di passare in secondo piano davanti a un problema molto più elementare: garantire condizioni materiali compatibili con la dignità della persona. Lo stesso Ministero descrive un istituto storicamente dedicato al trattamento e alla riabilitazione, mentre è previsto anche un ampliamento con nuovi posti detentivi. Nei giorni scorsi, anche una delegazione del Partito democratico regionale lombardo, i consiglieri Paolo Romano e Paola Bocci, hanno visitato la struttura riscontrando una serie di criticità. “Chiediamo al Ministero di intervenire immediatamente e a Regione Lombardia di fare la sua parte sul piano sanitario all’interno della struttura”, dicono in una nota i consiglieri. “Siamo entrati nella struttura dopo giorni di richieste di aiuto e a seguito delle segnalazioni, delle denunce e delle interrogazioni già depositate dalla nostra deputata Silvia Roggiani a dai nostri senatori Mirabelli, Malpezzi, Tajani assieme ad altri”, concludono.










