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di Giorgio Paolucci

Avvenire, 22 settembre 2026

Parla il presidente della Conferenza dei Poli universitari penitenziari. Sono 1.978 le persone detenute o in regime alternativo al carcere iscritte all’università, con un trend in aumento: 104 sono donne, il 5 per cento della popolazione femminile detenuta; tra i maschi la percentuale è di poco inferiore al 3 per cento. Sono in tutto 124 gli istituti penitenziari interessati, 57 le università che fanno parte della Conferenza nazionale dei Poli universitari, con una partecipazione crescente di atenei privati, tra i quali la Bocconi. L’88 per cento è iscritto a corsi di laurea triennali, il 12 per cento alla magistrale. “E l’anno scorso abbiamo registrato un nuovo, significativo traguardo - racconta il professor Giancarlo Monina, presidente della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i Poli universitari penitenziari.

Una persona detenuta nel carcere di Parma ha conseguito il dottorato”. Gli indirizzi più frequentati sono quelli umanistici: scienze politiche, scienze della comunicazione, lettere, lingue, giurisprudenza. Solo il 6 per cento è iscritto al circuito Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). La frequenza ai corsi di carattere tecnico-scientifico è penalizzata dall’impossibilità di accedere a laboratori e alla strumentazione necessaria. “Lo studio in carcere è una grande opportunità di riscatto personale e in molti casi diventa un trampolino per tornare da protagonisti nella società - dice Monina.

Purtroppo ci sono ancora molti ostacoli da superare per garantire un adeguato accesso. Mancano aule studio e collegamenti elettronici protetti, chi studia in cella deve fare i conti con il sovraffollamento che è un male endemico. Per favorire un salto di qualità sarebbe necessario attivare una efficace didattica a distanza, anche se questa naturalmente non deve sostituire il rapporto umano che rimane un elemento fondamentale. Il Dipartimento per l’innovazione tecnologica che fa capo al Ministero della Giustizia dovrebbe attivarsi per favorire questa dinamica”. L’età media degli studenti è alta, 47 anni, per molti la scelta dell’università non ricopre anzitutto una finalità professionale ma è la dimostrazione del proprio valore di fronte a se stessi e agli altri, in particolare i familiari.

“Su 65mila detenuti, almeno 15mila sono in prigione da decenni, e lo studio - anche quello universitario - rappresenta per loro una grande occasione di riscatto personale. Il 15 per cento della popolazione detenuta vive in reparti di alta sicurezza, ma rappresenta ben il 45 per cento degli iscritti all’università. In quei reparti si concentrano le pene più lunghe, spesso l’ergastolo, e per loro lo studio assume il valore di una gratificazione personale, è l’affermazione della propria dignità. Purtroppo le restrizioni imposte soprattutto nell’area dell’alta sicurezza e i recenti provvedimenti ispirati a una logica securitaria stanno penalizzando anche gli spazi per lo studio e pregiudicano esperienze di grande valore educativo come le aule miste che danno la possibilità ai giovani di frequentare alcuni corsi in carcere insieme ai detenuti iscritti all’università. L’apertura alla società è vitale perché la detenzione diventi davvero uno strumento per la ripartenza di chi lo abita e per abbattere i pregiudizi in circolazione, frutto spesso di ignoranza”.