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di Alessandro Trocino

Corriere della Sera, 12 settembre 2024

Quello della detenzione non è solo un problema legato alla criminalità. Dietro le sbarre ci sono anche tanti innocenti anche se magari si scoprirà solo più tardi, visto che un terzo dei detenuti è in attesa di giudizio. A confronto Bignardi, Albinati e due specialisti della reclusione. Il carcere, a prima vista, è qualcosa che non ci riguarda. Che coinvolge solo i criminali, le persone che infrangono la legge. Eppure, se ci soffermiamo un attimo di più, capiamo che i problemi degli istituti penitenziari nel nostro Paese riguardano tutti. Perché in carcere ci sono anche innocenti, anche se magari si scoprirà solo più tardi, visto che un terzo dei detenuti è in attesa di giudizio. Perché tutti noi possiamo sbagliare: sentirsi dalla parte del bene è rassicurante ma non corrisponde sempre al vero. E perché il modo in cui queste persone saranno trattate in carcere influirà sulla recidiva, quindi sul tasso di ricaduta nel crimine, una volta usciti.

Per questo quando si parla di sovraffollamento, di condizioni igieniche disastrose, di mancanza di lavoro e attività sociali, di suicidi, si parla anche di noi, che magari in un carcere non abbiamo mai messo piede. Per ragionare di questo, il 13 settembre alle 16, alla Triennale di Milano si terrà il panel “Fine pena ora”, nell’ambito del Tempo delle Donne: ci saranno alcune persone che hanno lavorato per una vita negli istituti, come magistrati e direttori ma anche chi ha scelto di dedicare anni al volontariato e all’insegnamento, proprio per favorire quel reinserimento sociale di cui parla la Costituzione e che spesso finisce per essere rimosso, sull’onda della perenne emergenza. Daria Bignardi è un volto noto, una giornalista che per anni ha frequentato il carcere di San Vittore come volontaria, senza sbandierarlo troppo. Ora ha scritto per Mondadori un libro - “Ogni prigione è un’isola” - che parla con leggerezza e profondità della sua esperienza personale. Bignardi ci racconterà quello che ha visto e vede da 3o anni: “Il carcere come una giungla amazzonica, come un Paese in guerra, un’isola remota, un luogo estremo dove la sopravvivenza è una priorità”.

Sul palco ci sarà anche Luigi Pagano, che per molti anni ha diretto San Vittore e che ora dice: “È un carcere che andrebbe chiuso: non ci possono stare mille persone in quelle condizioni”. “Il direttore”, come ha chiamato il suo libro, è considerato da Bignardi “un gigante di autorevolezza e levatura morale”. È un uomo di legge, che però si è sempre preso a cuore la sorte dei detenuti. Non per una sorta di buonismo fuori luogo, ma perché è giusto e necessario trattare i detenuti come persone, non come numeri: “Siamo ancora all’occhio per occhio, ma ci dimentichiamo sempre che Dio non uccise Caino”.

Ragioneremo anche di suicidi in carcere, quest’anno in numero impressionante. Ne parleremo con Bignardi e Pagano ma anche con una magistrata di sorveglianza, Roberta Cossia, e con un altro scrittore che per 30 anni ha insegnato nelle carceri e che nel 2018 ha tratto da quest’esperienza un diario formidabile, “Maggio selvaggio”: Edoardo Albinati. Nel suo ultimo libro, “Uscire dal mondo”, il primo racconto è ispirato proprio a un carcerato.

Il carcere negli ultimi anni è diventato una discarica sociale. Non serve tanto per trattenere e punire criminali incalliti, ma come risposta al disagio sociale e psichico, alla tossicodipendenza, alla povertà, all’emarginazione. La creazione di strutture esterne, la riduzione del sovraffollamento, la fine della centralità delle prigioni, il potenziamento dei servizi sociali, delle misure alternative e delle attività di sostegno sono l’unica strada possibile perché le detenzioni non si trasformino in suicidi.