di Sandro De Riccardis e Rosario Di Raimondo
La Repubblica, 8 maggio 2024
Nei verbali dell’inchiesta di Milano la testimonianza di una madre: “Picchiato ammanettato da tre agenti, denunciai alla direttrice questi fatti gravissimi”. Reclusi e personale raccontano di celle sporche e di un clima di violenza, compresi i riti di iniziazione tra i ragazzi. Era il 22 dicembre del 2022. Quel giorno Paola (nome di fantasia) andò a trovare il figlio al Beccaria ma il ragazzo non si presentò al colloquio: “Ho la febbre”. La mamma gli lasciò il regalo di Natale. Pochi giorni dopo, in videochiamata, scoprì la verità: “Aveva segni di percosse sul viso, un segno nero sotto l’occhio, la guancia arrossata. Mi disse che era stato picchiato da tre agenti”.
Tutto era cominciato per motivi banali. A.C., il giovane detenuto, era in punizione. Un poliziotto gli aveva concesso di guardare la tv, quello del turno successivo l’aveva spenta ed era scoppiato un battibecco. “L’agente l’ha fatto uscire - ha messo a verbale la madre - l’ha ammanettato e portato in un ufficio senza telecamere. Sono arrivati altri due agenti che hanno iniziato a picchiarlo a pugni e calci anche in testa mentre era ammanettato”.
Il 10 gennaio, la madre di A.C. scrisse una mail alla direttrice Maria Vittoria Menenti (oggi indagata): “So che lei è intervenuta a seguito delle urla. Ciò che è successo è gravissimo. Mio figlio è stato ammanettato e picchiato, l’impronta dell’anfibio era ancora sulla testa quando è giunto in pronto soccorso. I segni sulla psiche non si cancellano. Soffro al pensiero di come si sia sentito in quegli attimi terribili. Solo, maltrattato, impotente”. Chiese alla direttrice di prendere provvedimenti. Arrivò una risposta lapidaria: “Sono state poste in essere le attività previste nel caso specifico”.
A.C. venne trasferito in un altro carcere. Tra i suoi effetti personali mancavano una felpa di marca e una chiavetta dove il detenuto aveva salvato le foto, che si era scattato, dei segni delle violenze. Gli dissero pure che avrebbe dovuto pagare 120 euro per una telecamera rotta, accusa che lui respinse. “La direttrice mi ha visto a terra con il sangue in faccia. Ha detto ai tre agenti di togliermi le manette. Il mio compagno di cella quando mi ha visto si è messo a piangere”, disse il detenuto alle pm.
Questo è un racconto, uno dei tanti, dal girone del Beccaria. Di cui, in procura, hanno parlato in tanti: detenuti, psicologhe, personalità legate al mondo del carcere. Parole che toccano ogni ambito: dalle “celle sporche” a voci di corridoio, di cui si fa cenno nelle carte, di consumo di alcol e droghe fra chi era lì per garantire sicurezza. Il filo comune: la violenza. Anche fra detenuti. Una psicologa racconta dei “riti di iniziazione” per i nuovi arrivati di cui le hanno parlato i ragazzi: “Veniva messo del detersivo a terra e se il ragazzo di turno non fosse stato in grado di stare in piedi, sarebbe stato preso a calci. Un altro rito prevedeva percosse con un frustino ricavato da un rosario di plastica di quelli regalati da don Gino”.
Un ex ospite del Beccaria ha parlato delle violenze: “Una volta è morto il cane del mio migliore amico, a cui ero affezionatissimo... Sono impazzito, ho fatto casino, urlavo, mi sono dato un pugno da solo... Il capoposto mi ha chiamato e mi ha dato uno schiaffone: per due giorni facevo fatica a masticare”. Era stato portato in “un ufficio senza telecamere”. Quello del capoposto. “Lui era da solo: proprio come i killer, senza testimoni”. Poi racconta del pestaggio di un suo amico. “Ho visto con i miei occhi lui tutto gonfio, qua sul labbro l’impronta degli stivali delle guardie, gli hanno schiacciato la faccia”.
Altri detenuti gli hanno detto che “è stato picchiato da tre guardie, uno lo teneva e l’altro gli dava i pugni sulle costole; l’altro non so, credo pugni, ginocchiate. Poi l’hanno messo per terra e gli schiacciavano la faccia, ed era ammanettato”. I pm chiedono i motivi di tanta furia: “Da quello che ho sentito, perché era chiuso in cella e non lo facevano uscire da due settimane, una specie di isolamento, e lui ha iniziato a spaccare tutto. L’avrei fatto anche io”.
A un certo punto il testimone si scopre il braccio e mostra le ferite. “Te le sei fatte da solo?”, chiede la pm. “Si”. “E un medico ti ha visto?”. “No, no... perché poi scrivono “questo si è tagliato”. Su dieci detenuti, nove sono tutti tagliati. Un mio amico è stato stuprato”. Infine una sintesi brutale della vita dentro: “Veniamo picchiati, siamo sempre chiusi in cella, ci tagliamo, chiamiamo la famiglia dieci minuti un giorno sì e un giorno no”.










