sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Elisabetta Soglio

Corriere della Sera, 19 dicembre 2025

A meno di una settimana dall’incendio che ha fatto chiudere un intero raggio di San Vittore, con 250 detenuti trasferiti in una notte, sarà il cardinale Josè Tolentino de Mendonça in rappresentanza della Santa Sede a inaugurare il 19 dicembre proprio davanti al carcere milanese la prima “Porta della Speranza” tra le dieci analoghe che saranno aperte davanti ad altrettanti istituti in Italia e in Portogallo. Doveva essere già in sé un simbolo di positività e volontà di ripartenza, ma ora lo sarà cento volte di più: a meno di una settimana dall’incendio che ha fatto chiudere un intero raggio di San Vittore, con 250 detenuti trasferiti in una sola notte e miracolosamente neanche un intossicato né un ferito, è proprio a San Vittore che una delegazione della Santa Sede arriva alle 16 di venerdì 19 dicembre per inaugurare la prima “Porta della Speranza” tra le dieci analoghe che saranno aperte davanti ad altrettante carceri in Italia e in Portogallo. Con questa opera progettata da Michele De Lucchi prende così ufficialmente avvio il progetto internazionale dedicato al dialogo tra arte, comunità carcerarie e società civile.

“Porte della Speranza” è un progetto promosso dalla Fondazione pontificia Gravissimum Educationis del Dicastero per la cultura e l’educazione della Santa Sede in collaborazione con il Dap - Dipartimento amministrazione penitenziaria - e realizzata dal Comitato giubileo cultura educazione con Rampello & Partners grazie anche al contributo di Fondazione Cariplo. L’iniziativa inaugura così - alla presenza tra gli altri del cardinale Josè Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la cultura, e del capo dipartimento Stefano Carmine De Michele per l’Amministrazione penitenziaria - un percorso artistico, educativo e sociale che si svilupperà in dieci carceri tra la fine del 2025 e il 2026.

Il progetto - in connessione profonda con il magistero di papa Francesco che all’inizio del Giubileo aprì una Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia - invita grandi interpreti della cultura contemporanea a creare una serie di “porte artistiche” in relazione diretta con gli istituti penitenziari. Le opere, installate davanti alle carceri coinvolte, diventeranno segni di passaggio e rigenerazione, rivolti ai detenuti e insieme all’intera comunità.

Non a caso Leone XIV, presiedendo il 14 dicembre la Celebrazione eucaristica nel Giubileo dei detenuti, ha ricordato che “il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi possono incontrare tanti ostacoli, ma proprio per questo non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, bensì andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. E ha sottolineato: “Sono molti a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”.

“Aprire una porta anche quando non esiste un muro - afferma il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione - significa riconoscere che nessuna vita è priva di futuro: con questo progetto desideriamo affermare che la speranza non è un ornamento ma una responsabilità condivisa, una possibilità che si rinnova proprio nei luoghi dove sembra più fragile”.

La prima Porta della Speranza, firmata da Michele De Lucchi per il carcere di San Vittore, interroga il significato stesso della soglia come spazio di cambiamento. “Le porte mi hanno sempre affascinato: non sono un semplice elemento architettonico, ma una forma che racconta. Racchiudono l’idea del passaggio, dell’attesa, dell’inizio di un altrove”, spiega De Lucchi. E prosegue: “La Porta della Speranza è pura e solida presenza, senza muro. Non separa, non conduce, semplicemente è. Segna un luogo sospeso, aperto al possibile. Dichiarare che la trasformazione è accessibile significa riconoscere che ogni passaggio può aprire uno spazio di consapevolezza, attesa e rinascita”.

L’opera si compone di due alti battenti semichiusi, privi di telaio, che evocano un varco aperto all’ignoto. Non una barriera ma fondamento di un passaggio, porta che non distingue un dentro e un fuori: è un’architettura senza muro, un invito a considerare la trasformazione come un cammino condiviso e non come un gesto isolato.

Affinché la speranza non rimanga un concetto astratto, il progetto si articola su due direttrici complementari, interna ed esterna al carcere. All’interno degli Istituti di pena questa iniziativa darà vita a itinerari educativi, laboratoriali e pastorali capaci di accompagnare le persone detenute in un percorso di crescita personale con il coinvolgimento di tutte le realtà (educatori, cappellani, associazioni di volontariato e così via) che già operano a loro sostegno. Importante sarà anche l’azione per sviluppare le loro capacità tecniche, attraverso corsi di formazione realizzati in collaborazione con istituzioni di eccellenza come l’Accademia di Belle Arti di Brera e Alma - la Scuola internazionale di cucina italiana. Questi interventi permetteranno di offrire ai detenuti competenze importanti per il loro reinserimento a pieno titolo nella società.

Le Porte della Speranza intendono esercitare un impatto anche all’esterno delle carceri. Vogliono essere la possibilità offerta all’opinione pubblica per entrare simbolicamente nella realtà del carcere superando i pregiudizi sui detenuti, comprendendo la necessaria funzione educativa, riabilitativa, umana degli Istituti di pena, così che siano sempre meno luoghi dimenticati, volutamente invisibili, periferie esistenziali, ma sempre più “visti” e centrali nelle preoccupazioni della politica, della società civile, nel volontariato, nell’educazione, nell’attivazione di risorse economiche ed educative, nella preghiera di chi vive la fede.

“La speranza è un sentimento profondissimo, è il sentimento ultimo. Senza speranza - osserva il curatore artistico Davide Rampello - l’uomo non ha possibilità di progettare, di vedere la vita. Costruire, ideare, progettare dei monumenti - porte, soglie che bisogna oltrepassare - dedicati proprio alla speranza, vuol dire confortare, dare un senso profondo a questo sentire. Un invito a conservare e proteggere questo sentimento così prezioso, così vitale”.

Dopo San Vittore, il progetto Porte della Speranza proseguirà coinvolgendo una significativa rosa di autori, chiamati a dialogare con altrettanti istituti: la sezione femminile di Borgo San Nicola di Lecce con Fabio Novembre; Regina Coeli a Roma con Gianni Dessì; Santa Maria Maggiore

alla Giudecca, Venezia, con Mario Martone; Pagliarelli di Palermo con Massimo Bottura; Canton Mombello di Brescia con Stefano Boeri; Secondigliano a Napoli con Mimmo Paladino; la sezione femminile del Giuseppe Panzera di Reggio Calabria con Ersilia Vaudo Scarpetta. Ogni interprete, in accordo con le direzioni dei penitenziari, costruirà il proprio progetto a partire dall’ascolto dei detenuti e della comunità carceraria.

Il progetto ha anche una dimensione internazionale. In Portogallo sono già state realizzate due residenze d’artista presso l’Istituto penitenziario scolastico di Leiria (che ospita una popolazione carceraria giovanile) a opera dell’artista Ilídio Candja e presso l’Istituto penitenziario di Tires, (riservato alle madri detenute con i propri figli), curato dall’artista Fernanda Fragateiro. L’intero percorso - dagli incontri nei penitenziari alla realizzazione delle opere - sarà raccontato in un film diretto da Giuseppe Carrieri e in una pubblicazione collettiva che raccoglierà testimonianze artistiche, contributi degli autori, interventi dei detenuti e riflessioni sul tema della speranza.