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di Sara Bernacchia

La Repubblica, 16 gennaio 2023

Realizzato dalla Statale con il contributo di una università americana: “Vogliamo essere d’aiuto alla comunità”. I tutor iniziano ad arrivare dopo le 18, alla fine di una giornata di lavoro, e si muovono sicuri verso la biblioteca centrale di via Festa del Perdono. È lì e in altri spazi dell’ateneo che tengono le loro lezioni a studenti universitari e delle superiori, che hanno bisogno di aiuto e sostegno nello studio. Ivan, che ad aprile si laurea in Scienze della Comunicazione, segue una ‘collega’ di Lettere, mentre Claudio, a due esami dalla fine di Lingue e letterature straniere, aiuta un ragazzo a preparare Glottologia. Tutto si chiude per le 22,30. Non oltre, perché entro le 23,45 Ivan, Claudio ed Emmanuel devono rientrare nel carcere di Bollate, mentre Filippo, che sta finendo di scontare la sua condanna in affidamento, deve essere a casa.

Sono loro, insieme ad altri due detenuti, i protagonisti del Bard Prison Project - Studenti senza sbarre, realizzato dalla Statale grazie al finanziamento dell’americana Bard Prison Initiative, che vede ristretti iscritti all’università svolgere attività di tutoraggio gratuito fuori dal carcere. Possono partecipare i detenuti in articolo 21, cioè che - scontato un terzo della pena - escono di prigione durante il giorno per lavorare. Il progetto della Statale è stato ideato da Elena Landone, docente di Lingua spagnola e Didattica della Lingua spagnola che lo coordina, insieme a Ivan e Claudio, tra i primi ad aderire al ‘progetto carcere’ della Statale, che oggi vede 127 detenuti studiare con il supporto di 123 tutor. “L’idea è di invertire le parti: gli studenti ristretti possono restituire quanto ricevuto dai loro tutor, diventando loro stessi di supporto per altri” spiega Landone, sottolineando come i partecipanti siano stati formati per avvicinarsi all’insegnamento in modo consapevole.

Al centro c’è la volontà di andare oltre i pregiudizi, senza però nascondersi dietro illusioni. “Le nostre azioni non si possono cancellare, ma ci impegniamo per donare la migliore versione di noi stessi alla comunità” racconta Emmanuel, 31 anni, che studia Economia e Management e ha scontato quasi metà della sua condanna a 20 anni: “Mi sono iscritto all’università per la mia famiglia, la laurea sarà un riscatto personale. Se studi in carcere sai benissimo che il pregiudizio resterà sempre: io mi laureo con la consapevolezza che non potrò mai iscrivermi a un albo. Chi ha alle spalle un’esperienza di costante difficoltà come la nostra, però, è capace di rendere più semplici le cose agli altri, sa trovare gli strumenti”. E la soddisfazione di sentirsi utili è la ricompensa. “Se fai lezione e lo studente ti dice ha capito vuol dire che l’obiettivo è stato raggiunto” racconta Claudio, che una laurea ce l’aveva già, ma davanti a una condanna a 30 anni ha deciso di prendere la seconda per “realizzare il desiderio di imparare il russo”.

Per tutti lo studio è un appiglio, un’ancora a cui aggrapparsi davanti alla consapevolezza di dover passare dietro le sbarre più anni di quelli già vissuti fuori. “In carcere incontri i tuoi familiari e i compagni, quando dopo 5 o 6 anni ti trovi a parlare con una persona esterna sei in difficoltà” aggiunge, raccontando il suo primo impatto con un tutor, figura fondamentale: “Sono loro che vanno in biblioteca al posto tuo, che ti procurano i libri, parlano con gli insegnati e ti organizzano gli esami”. Così il passaggio dall’altra parte non si fa a cuor leggero. “Sento un bel carico di responsabilità, ma anche una forte emozione” spiega Ivan, 48 anni e una figlia “orgogliosa che mi stia per laureare”. Lui, che è detenuto da circa 10 anni e tornerà in libertà nel 2041, in carcere ha preso anche il diploma e sa di avere un’opportunità: “Fare tutto questo non è scontato, dobbiamo ringraziare le persone che lo rendono possibile”. Comprese le studentesse della magistrale di Lingue e letterature straniere che assistono come supervisori a tutte le loro lezioni. “La vedo come una grande opportunità per la mia formazione personale e professionale - racconta Airin Coccoda Reggio, 23 anni - Saper superare il pregiudizio è essenziale per diventare un buon insegnante. Imparare a farlo ora che ci stiamo ancora formando è fondamentale”.