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di Roberta Rampini


Il Giorno, 25 novembre 2021

 

L'ex direttore del carcere Luigi Pagano: "Abbiamo soltanto provato ad applicare l'articolo 27 della Costituzione". Compie vent'anni il carcere di Bollate, seconda casa di reclusione del capoluogo lombardo e ancora oggi unica in Italia per il trattamento avanzato dei detenuti: celle aperte e decine di progetti di recupero sociale e lavorativo dei detenuti. "Non abbiamo inventato niente di nuovo, in realtà abbiamo applicato il comma 2 dell'articolo 27 della nostra Costituzione: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", commenta Luigi Pagano, che, già direttore di San Vittore, è stato il primo direttore di Bollate.

 

Secondo una ricerca il carcere aperto abbatte la recidiva dal 70% al 17%. A distanza di vent'anni si sente di dire che il modello funziona?

"Faccio una premessa: non credo molto alle statistiche. O meglio, bisogna considerare tante variabili, come per esempio il periodo di riferimento, il tipo di detenuto e di pena. Mi sento di dire che il modello Bollate funziona, non perché abbatte la recidiva, ma perché si basa sul rispetto della dignità della persona, perché è impostato sulla rieducazione del detenuto, lo responsabilizza e lo riabilita. Era quello che volevamo quando lo abbiamo immaginato vent'anni fa".

 

Nel 2000 la sperimentazione pensata è stata condivisa da tutti?

"L'obiettivo era quello di restituire la dignità negata, presentammo il progetto in un convegno, si parlava di ridurre la permanenza dei detenuti nelle celle lasciando loro la libertà di muoversi nel reparto e nel carcere per partecipare alle attività. Era una sfida, perché questo modello organizzativo richiedeva fatica da parte di tutti, anche dei detenuti che non erano considerati soggetti passivi ma attivi, della polizia penitenziaria che era chiamata a un ruolo di custodia diverso. I fatti ci hanno dato ragione".

 

C'è un altro fattore che è stato fondamentale per il modello Bollate?

"Sicuramente l'apertura verso l'esterno, il territorio, le associazioni, gli enti locali e le imprese. I rapporti di collaborazione sono stati importanti per abbattere le barriere culturali e creare legami con chi stava fuori".

 

Immagino che abbia molti ricordi, ce n'è qualcuno che vuole condividere?

"Sicuramente l'apertura del call center, poi la scuola di informatica avviata da Lorenzo Lento per i detenuti, ma anche l'esperienza di Pino Cantatore, ergastolano che dopo aver vissuto un percorso di formazione professionale in carcere ha fondato la cooperativa Bee4 che dà lavoro a un centinaio di detenuti".

 

Cosa augura al carcere di Bollate?

"Oggi dopo vent'anni è necessario stabilizzare il modello affinché non degradi, perché se è vero che il momento creativo e la follia sono stati l'input iniziale ora bisogna normalizzare il sistema con la stessa tenacia del 2001".