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di Simona Ballatore

Il Giorno, 19 novembre 2025

Numeri e voci del “polo penitenziario” della Statale. Raffaele entra nell’aula magna dell’università Statale: è “in permesso”, a febbraio si laureerà qui in Scienze dei beni culturali con una tesi sulla preistoria, ha una storia pesante alle spalle. “Ho 67 anni - racconta - sono chiuso da 40. Praticamente ho svolto tutti gli studi in “cattività”. Ma, in fondo, credo di essere più libero adesso che mai: io sono “dentro” da quando ero nel grembo di mia mamma, ho perso solo del tempo, non sono mai stato bambino, a 6-7 anni dovevamo già portare il “pane” in casa. Quanti sbagli abbiamo fatto in quegli anni, altro che i ragazzi d’oggi. L’università mi ha dato la libertà”. Raffaele è tra i 175 studenti-detenuti della Statale di Milano che, da dieci anni, porta avanti il “Progetto Carcere”: il suo Polo Penitenziario Universitario è il più grande in Italia e tra i più grandi a livello europeo. Si sono già laureati in 24, gli attuali 175 iscritti, detenuti in otto istituti penitenziari, sono seguiti da 170 tutor, giovani che li accompagnano negli studi e non solo. “Tramite la mia tutor, Isabella, sto scoprendo per la prima volta il mondo - conferma Raffaele -: viaggia, mi manda foto, mi spiega cosa c’è lì fuori”.

“Abbiamo costruito un ponte civico che unisce la Statale e quella particolare porzione della comunità circostante che sono gli istituti penitenziari con lo scopo di portare quotidianamente l’università in carcere, mettendo chi vi è ristretto in condizione di esercitare in concreto il proprio diritto allo studio”, spiega Stefano Simonetta, prorettore e referente del Progetto Carcere. Filosofia, il dipartimento in cui il progetto ha affondato le sue radici, è il corso più frequentato, seguito da Scienze Politiche, Scienze Umanistiche per la Comunicazione, Scienze dei Servizi Giuridici e Giurisprudenza. La maggior parte degli studenti ristretti ha più di trent’anni, tanti sono gli over 60 come Raffaele.

“È un progetto fondamentale per le persone ristrette, aiutate a riprendere il corso della propria vita con un bagaglio di conoscenza e competenza utile a dare il proprio contributo positivo alla società, recuperando fiducia e autostima - spiega la rettrice, Marina Brambilla.

Ma non è da meno per i nostri studenti: è un’esperienza formativa e di crescita personale e umana di inestimabile valore sociale”. Raffaele guarda oltre, si prepara alla laurea, in carcere ha preso anche l’abilitazione per diventare operatore sanitario: “Mi manca un ultimo step, ho una famiglia “fuori” che mi aspetta e tanti nipotini. Mi hanno preparato già i bigliettini da visita: il tempo che riavrò sarà per loro, non voglio sprecarlo”.