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di Rosario Di Raimondo

La Repubblica, 10 giugno 2024

Legali e familiari: “Ha una malattia degenerativa, non ragiona più”. Renato Vallanzasca torna in tribunale. Sarà presente anche lui, il prossimo 19 giugno, all’udienza davanti ai giudici del tribunale di Sorveglianza di Milano chiamati a decidere sul reclamo presentato dai suoi avvocati - Paolo Muzzi e Corrado Limentanti - contro la decisione di revocare i permessi all’ex protagonista della mala milanese negli anni Settanta e Ottanta, che una volta a settimana poteva lasciare il carcere di Bollate per frequentare una comunità terapeutica. Le immagini di repertorio che lo ritraggono dietro le sbarre sono un lontano ricordo: René soffre di una malattia degenerativa, un “decadimento cognitivo” che spinge da tempo chi gli è vicino a chiedere misure alternative alla detenzione.

Il 4 maggio Vallanzasca ha compiuto 74 anni. Da mezzo secolo è in carcere per scontare quattro ergastoli frutto di rapine, omicidi e sequestri di persona. E pensare che l’ultimo reato, commesso il 14 giugno 2014 - esattamente dieci anni fa - fu di tutt’altra caratura criminale ma gli costò comunque la semilibertà: all’Esselunga di viale Umbria aveva messo in borsa due paia di boxer, un paio di cesoie e del concime per piante. Processo per direttissima, un’altra condanna, perdita dei benefici. “Nessuno si è chiesto, al contrario di quello che si fa per altri, perché un uomo che ha riconquistato con tanta fatica la luce del sole rubi un paio di mutande, vanificando gli sforzi di anni. Nessuno si è chiesto se fosse già malato”, ha detto all’Ansa nei giorni scorsi l’ex moglie Antonella D’Agostino, che ha fatto un appello affinché il (fu) bandito possa uscire dal carcere ed essere curato in una struttura idonea.

“Lasciamo che muoia in pace e non da solo. Io non sono più sua moglie, ma non sopporto saperlo così, come non lo sopporterei per nessun essere umano”.

Il 19 giugno si gioca comunque un’altra partita: quella per fargli ottenere di nuovo almeno i permessi. “Perché così potremmo cercare di introdurlo in altri ambiti - ragiona l’avvocato Limentani -. Sì, anche lui sarà all’udienza”. Anche l’anno scorso si presentò: “Per me è stato faticoso venire qua oggi - disse Vallanzasca al giudice - ho le mani a pezzi per le manette, mi procurano dolore ai polsi”.

Prosegue il legale: “In questo anno è peggiorato. Il problema è che siccome in carcere non sono in grado di seguirlo nella maniera corretta, gli danno anche tranquillanti, psicofarmaci che lo buttano giù. A volte è difficile capire come sta. Anche per noi che lo andiamo a trovare. Non è in grado di fare un ragionamento, un discorso compiuto, ha difficoltà nell’eloquio e nella scrittura. È seguito da un detenuto assegnato dal carcere, che gli fa da assistente e lo aiuta per i bisogni quotidiani, dal vestirsi al lavarsi.

È chiaro che non può migliorare, la malattia degenerativa può essere soltanto rallentata. Con questa udienza ci giochiamo molto: speriamo di convincere il tribunale a ripristinare i permessi che un altro magistrato, per la seconda volta, ha tolto”. Nel frattempo, prosegue la ricerca di una struttura alternativa alla quale chiedere in futuro di ospitarlo.

“Renato sta male, malissimo. Ha pochi momenti di lucidità. Chi va a colloquio con lui mi racconta che la malattia degenerativa di cui soffre avanza. Cosa aspettano a farlo uscire? Di lui resta ormai solo il nome”, le parole all’Agi di Tino Stefanini, vecchio componente di quella che fu la banda di Vallanzasca.