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di Raffaella Calandra

Il Sole 24 Ore, 3 gennaio 2025

Record di ventenni nell’istituto milanese. Presenti 1.076 detenuti per 746 posti. Il nodo delle dipendenze da farmaci. Attesa la ristrutturazione di uno dei raggi chiusi da anni. La rabbia dei “ragazzi in gabbia” la senti subito. Ti investe con l’odore di sudore e ormoni, misto al tanfo di candeggina all’ora delle pulizie. La vedi nella cella così piena di ritagli e foto da far filtrare solo ombre attraverso le grate. La rabbia dei ragazzi dentro è scritta nei report su danneggiamenti e aggressioni, si legge nei dati sull’autolesionismo (“un modo di comunicare soprattutto per alcuni gruppi”, spiegano gli operatori); la respiri salendo nei tre piani della sezione “giovani adulti”, ora piena come non mai.

Carcere di San Vittore, primo raggio. Un citofono, cancelli, scale; poi ancora cancelli ed eccoli i ventenni reclusi, quasi tutti stranieri, con le loro storie per lo più di migrazioni e torture. Abbandoni e droghe. Poi strada, illegalità e invisibilità. Oppure, per quelli di seconda generazione, di bande e violenze contro una comunità di cui non si sentono parte. Questo dei giovani adulti (18/25 anni) è diventato uno dei reparti più complessi dell’intero istituto ottocentesco di Milano, un pezzo di città nel cuore della città.

Un’emergenza nuova. Che si somma a quella cronica delle troppe presenze, con numeri da allarme rosso e talvolta da materassi a terra; si aggiunge alle ventennali traversie per la ristrutturazione di due raggi chiusi o al dilagante disagio psichico (200 i detenuti psichiatrici e a rischio suicidio) e alla tossicodipendenza (6o o quelli dichiarati). Tutto ancora da aggiungere alle quotidiane urgenze: ora il dramma del diciottenne morto dopo essersi dato fuoco; ora il freddo dell’inverno milanese in ambienti non riscaldati abbastanza; ora il black out delle telefonate poco prima di Natale. E nonostante tutto l’odore della pittura fresca al secondo piano della sezione, racconta - insieme alle tante attività - degli sforzi per “far respirare un’aria diversa da quella che li ha portati al crimine”, secondo il monito del Presidente Mattarella.

Sulle pareti sono state appena dipinte le bandiere di Marocco, Tunisia, Egitto, i principali Paesi di provenienza dei giovani reclusi, insieme al grande Tricolore poco più in là del presepe. Anche questo aiuta in una pentola a pressione dove tutto può diventare una scintilla: la ricerca di una sigaretta, l’attesa per le docce, la mancanza di soldi per piccoli acquisti personali, le tensioni tra nazionalità. La noia. “Ieri quello della 203 se l’è presa con un assistente”, racconta Alessandro. 42 anni e due lustri di galera alle spalle, è uno degli adulti scelti per affiancare i giovani nel percorso di accettazione di regole e ruoli. L’obiettivo è favorire “con il linguaggio dei pari - spiega la neo direttrice Elisabetta Palù - il loro ingaggio nelle attività”.

Dai rap ai podcast, dal disegno alla musica, forme di comunicazione di maggiore attrazione rispetto ai corsi classici, anche se “la scolarizzazione bassa - si legge in un focus del provveditorato della Lombardia - costituisce la prima forma di emarginazione e di ferita sociale”. Alessandro conosce bene la loro bramosia di soldi facili. La stessa che aveva portato lui a commettere reati e quindi entrare in carcere. Prima a Torino (“dove dovevo comprarmi anche la carta igienica”), poi alla fine Milano, dove dà una mano in cucina. Il più ambito dei lavori, soprattutto in questo raggio dove tutto è specifico e il venerdì si mangia pizza. Sono 282 i giovani adulti di San Vittore, su un totale di1.076 detenuti (e una capienza di 746 posti), nel giorno di metà dicembre in cui entriamo “nel gran serraglio” di via Filangieri, per dirla con le canzoni della ligera. Quattro i nuovi giunti da sistemare.

E poi ci sono le 74 donne della sezione femminile, oltre alle quattro mamme dell’istituto a custodia attenuata, una delle quali incinta, con i figli neonati inseriti anche loro nella conta quotidiana dei presenti. “E cambiato il profilo del detenuto”, concordano Alessandro, la direttrice e gli educatori di comunità seduti nella biblioteca. Sulla lavagna, la coniugazione del verbo andare. “Per molti ragazzi il carcere è il primo incontro con l’istituzione o con un medico”. Il carcere che diventa un’occasione per i “tantissimi che non hanno nessuno fuori”.

Sono gli stessi che si ritrovano senza vestiti adatti alle temperature rigide. Soprattutto a loro sono diretti gli abiti nuovi comprati con le donazioni (oltre 13 mila euro) raccolte in pochi giorni dall’Opera San Fedele. La risposta di “Milan col coeur in man” all’emergenza freddo. Milano che si cura del mondo dei reclusi e lo incontra nelle non poche occasioni di “ponte tra dentro e fuori”, conferma Palù, che ha raccolto una tradizione di progressive aperture.

Così a San Vittore era stato inaugurato il primo call center; da qui uscirono gruppi di detenuti per spalare le strade innevate; così San Vittore è diventata una delle piazze della manifestazione book city e uno dei palcoscenici della Prima diffusa, la proiezione del concerto della Prima alla Scala (due anni fa partecipò anche il ministro Nordio; l’anno scorso fu interrotta per un suicidio). “Il contatto con il territorio fa la differenza; incentiviamo simili iniziative - annuisce la direttrice - nonostante le difficoltà e la carenza di personale”. Nel concreto significa che per consentire l’ultimo appuntamento di Sant’Ambrogio alcuni agenti sono stati in servizio dalle prime ore del 7 dicembre a sera, quando finita l’opera e mangiato il risotto, gli ospiti esterni hanno imboccato un percorso diverso rispetto ai detenuti.

Seduta nella rotonda quella sera c’era anche Laura, 37 anni, alle spalle una famiglia borghese e un passato di tossicodipendenza e reati. Ora la sua priorità è trovare un indirizzo per andare in affidamento (“mia mamma si vergogna e si preoccupa per mio figlio che vive con lei”). Senza quella destinazione lei è costretta a restare dentro. E come lei molti altri, alla disperata ricerca di “un alloggio e di un impiego per non sentirci abbandonati fuori. E rischiare - sospira - di ricadere nel reato”.

Anche nella sezione femminile, la prospettiva di uscire è avvertita da molte come un “salto nel buio senza rete”, che spaventa più dei muri umidi di celle dove solo nei mesi scorsi sono state rimosse le turche dai bagni (“una conquista di dignità”), rimaste invece nel primo e sesto raggio. Un salto pieno di incognite soprattutto se - come per Laura - il lavoro all’interno dello spaccio del carcere le assicura “un po’ di autonomia e autostima. Fuori chi mi dà un impiego?”, si chiede. “Fuori non c’è niente”, confessò un detenuto a studenti dell’Università Statale.

Non a caso c’è chi si toglie la vita alla vigilia del ritorno in libertà. Ecco che allora la quotidianità di un carcere complesso come questo è anche la presa in carico di molte delle criticità di fuori, comprese quelle che “ufficialmente” non esistono. Ad esempio, i dipendenti da farmaci: “sono sempre di più ma il Servizio sanitario non li copre”, spiega la direttrice; o i tanti stranieri irregolari con problemi di dipendenze, non accettati da Sert e comunità, perché nessuno pagherebbe per loro. E allora restano dentro “in questo grande metrò dove ogni giorno la gente scende e sale”, secondo l’efficace immagine usata da Antonio, veterano di San Vittore.

“Dopo esperienze in più istituti e celle di ogni genere - racconta - grazie al gruppo della Trasgressione e all’accesso all’art.21 (la possibilità di lavorar, ndr), sono cambiato”. Alle nostre spalle, un grande trompe l’oeil illude di affacciarsi, insieme ad un pavone, su un orizzonte azzurro. La realtà è l’eco dei grandi cancelli, il tintinnio delle chiavi e il buio dei due raggi chiusi da anni. Più volte si sono rincorsi progetti anche di archistar su San Vittore, insieme ad idee - poi accantonate - di una cittadella giudiziaria in periferia.

Ora sembra avvicinarsi la ristrutturazione delle sezioni inagibili da tempo: per il 2025, almeno per il quarto braccio, è “in fase conclusiva la progettazione a cura delle Opere pubbliche ed è programmata la relativa gara d’appalto a cura del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria per un importo di 10 milioni”, snocciola la Provveditrice Maria Milano, insieme alla programmazione di altri lavori come l’installazione di pompe di calore.

I cantieri appena conclusi dovrebbero invece far recuperare 34 camere. Anche in questi casi, la collaborazione con gli enti locali e associazioni private fa la differenza. Anche nel messaggio trasmesso ai detenuti. Come l’autore di un murales con un tucano: “gioca nella vita - si legge nella didascalia - tra le possibilità negate, senza mai perdere la speranza di cieli più vasti”.