di Sara Bernacchia
La Repubblica, 21 luglio 2019
Installazione del writer con specchi e bandiere per ridare dignità a chi è in carcere. Democratica perché accessibile a pochi, inclusiva perché capace di escludere, perfetta perché cambiata in corsa. E Rubabandiera, l'installazione (non) in mostra nella "rotonda" del carcere di San Vittore. Bandiere, specchi e decorazioni sono utilizzate dall'artista Bros, al secolo Daniele Nicolosi, per rovesciare, almeno una volta, la prospettiva.
"I detenuti, proprio perché reclusi, sono esclusi da qualsiasi evento pubblico, come le mostre. Realizzare un'installazione visibile solo a chi si trova in carcere ristabilisce, almeno in parte, l'equilibrio" spiega l'artista. "Perché per una volta sono loro ad avere qualcosa che agli altri è precluso". Non a caso le prime immagini dell'installazione vengono diffuse un mese dopo il suo allestimento, lo scorso 19 giugno, quasi a voler preservare il più a lungo possibile il privilegio. Il progetto, realizzato con il supporto di Fondazione Maimeri e del ministero della Giustizia, non è compatire o riabilitare i carcerati, ma restituirgli dignità e stimoli per affrontare la vita dietro le sbarre. Per questo una decina di loro è stata coinvolta nella realizzazione dell'installazione: due delle dodici bandiere sono state cucite dalle detenute del laboratorio di sartoria, mentre gli uomini hanno collaborato all'allestimento.
"Sono entrato a San Vittore cinque volte - racconta Bros ho spiegato il progetto ai ragazzi e abbiamo valutato come realizzarlo sulla base delle limitazioni previste dal carcere". L'idea iniziale, così, si è dovuta adeguare alle esigenze del luogo e questo l'ha migliorata, perché "l'ha resa unica, fatta apposta per San Vittore". L'elemento su cui l'artista non ha ceduto sono gli specchi. "I detenuti hanno solo specchi piccoli per radersi - racconta Bros ho insistito perché nell'istallazione ce ne fossero di più grandi. Credo che il potersi vedere restituisca dignità e consapevolezza della propria condizione".
Elemento, quest'ultimo, che spesso manca. "Se chiedi a un detenuto dove abita ti descriverà la sua casa "fuori", anche se dovrà passare dietro le sbarre tanti anni - spiega l'artista. Come se volessero esorcizzare il fatto di non poter uscire".
Rubabandiera, invece, dà consistenza al carcere, il luogo in cui vivono ora. L'obiettivo è far sì che i detenuti, passando davanti ai drappi di colori sgargianti, si trovino a pensare a qualcosa di diverso, "a riappropriarsi delle loro emozioni in modo istintivo", aggiunge Bros, come accadeva da bambini quando, appunto, si giocava a ruba bandiera.
La mostra resterà nella rotonda di San Vittore fino a data da destinarsi, perché in carcere il tempo ha un peso diverso. La rivoluzione maggiore, però, la fa lo stesso Bros, primo writer processato per "imbrattamento" e sottoposto all'affidamento in prova per cinque mesi: "So cosa significa non poter uscire di casa. La mia opera? Non auguro a nessuno di vederla".










