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di Giampiero Rossi

Corriere della Sera, 14 giugno 2025

A un mese dalla vicenda di Emanuele De Maria, il detenuto in semilibertà che ha ucciso la collega Chamila Wijesuriya e ne ha ferito gravemente un altro, spiega perché il “modello Bollate” è ancora valido. “Vanno a lavorare all’esterno persone nelle quali è stata riposta fiducia, non in modo aleatorio ma attraverso un percorso lungo, articolato e partecipato che è ciò che rende questo istituto unico in Italia”. Giorgio Leggieri è dal 2021 direttore del carcere di Bollate, un ambiente dove il visitatore può circolare liberamente tra i reparti con cancelli e celle aperte, faticando a distinguere chi è detenuto da chi non lo è.

Leggieri accetta di parlare a distanza di un mese dalla drammatica vicenda che ha avuto per protagonista Emanuele De Maria, che lavorava in un hotel milanese in regime di semilibertà mentre scontava una condanna a 14 anni per femminicidio. E che, la mattina del 10 maggio, ha ucciso la collega Chamila Wijesuriya, ferito gravemente un altro, Hani Nasr, e il giorno dopo si è ucciso gettandosi dalle terrazze del Duomo. Un episodio terribile, che ha innescato dubbi e polemiche sul modello Bollate.

Direttore, innanzitutto, perché non è intervenuto subito, di fronte alle strumentalizzazioni di chi vorrebbe “buttare via la chiave”?

“Per una questione di opportunità. Subito dopo una tragedia simile non ha senso intervenire con numeri e dati, perché non c’è cifra che tenga di fronte alla vita umana e al dolore delle persone, almeno in quel momento non possono stare sullo stesso piano”.

Ma qual è stato l’impatto di quelle notizie qui, all’interno del carcere?

“Sul piano emotivo sono notizie dirompenti, perché all’esterno vanno persone sulle quali si è riposta fiducia, non in modo aleatorio ma dopo un lungo lavoro. Un fatto del genere mette ogni volta tutto in discussione, innesca un effetto a cascata su tutta la comunità di Bollate, che rischia sempre una chiusura, una regressione. È come una risacca che travolge tutti”.

Come si arriva alla decisione di concedere il lavoro esterno a un detenuto?

“È un percorso, complesso, al quale partecipano tante persone, tante professionalità, costantemente monitorato, c’è una continua circolazione di informazioni, non si tratta di procedure burocratiche ma di cognizione di causa, non ci sono né superficialità né buonismo, ma soltanto un sano pragmatismo fondato su equilibrio e oggettività. Insomma, un lavoro faticoso anche per gli stessi detenuti, magari abituati alla deresponsabilizzazione e infantilizzazione in alti istituti, che qui si trovano persino disorientati nel dover compiere scelte e assumersi responsabilità. Il lavoro si svolge prima dentro il carcere e sa come ci si accede? Attraverso bandi. E questa è una sfida non da poco per chi, magari, non sa come sia fatto un curriculum e non si è mai misurato davvero”.

E i risultati?

“Torna a delinquere il 5% di chi lavora all’esterno e l’1,2% in cinque anni ha commesso un reato durante i benefici. Viceversa è recidivo il 69% di chi sconta la pena solo in carcere. Ma questo non fa rumore”.

Ma allora perché il modello Bollate non viene ricreato altrove?

“Perché questo istituto è nato, così e continua a crescere a vivere così da 25 anni, ci sono persone che sono cresciute con il “trattamento avanzato” e altre che sono arrivate qui respirando il clima che conduce tutti ad agire per un obiettivo chiaro: orientare verso la società civile”.