di Nina Fresia
La Stampa, 30 giugno 2026
Con 201 studenti detenuti iscritti, l’Università Statale di Milano è il primo ateneo italiano nei poli universitari penitenziari. Stefano Simonetta, prorettore e ideatore del Progetto Carcere: “Lo studio può diventare uno strumento per abbandonare le autoassoluzioni”. “Un giorno ho chiesto a una persona condannata per gravissimi reati di mafia quando avesse scelto la strada sbagliata. Me lo ha raccontato, poi mi ha guardato e mi ha detto: “Se allora avessi avuto un amico come te, non avrei fatto questa scelta”. È uno degli episodi che più hanno segnato il professor Stefano Simonetta, prorettore dell’Università Statale di Milano e ideatore del Progetto Carcere.
Le parole del detenuto hanno confermato per il docente una convinzione: “Non è un merito il posto dove nasciamo, è una fortuna. Il contesto, la famiglia, la vita. A parti invertite lui sarebbe venuto a insegnare a me in carcere”. Per molti detenuti, aggiunge, il primo incontro con i libri arriva proprio dietro le sbarre, dopo essere cresciuti in luoghi dove una biblioteca, un teatro o un cinema non hanno mai fatto parte dell’esperienza quotidiana.
Questo primo contatto arriva in cella anche grazie al Progetto Carcere di Unimi, nato dieci anni fa, che porta l’università dentro gli istituti penitenziari lombardi, garantendo alle persone detenute il diritto allo studio universitario. Gli studenti possono iscriversi ai corsi di laurea dell’ateneo, sostenere gli esami, partecipare a laboratori e attività didattiche, affiancati da una rete di tutor (230 attivi quest’anno) e docenti che ogni settimana entra in carcere per accompagnarne il percorso formativo. Creando così anche un dialogo tra il mondo accademico e quello penitenziario. Secondo l’ultimo rapporto della Cnupp (Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari), la Statale è oggi il primo ateneo italiano per numero di studenti ristretti iscritti. Sono 201, tra cui otto donne, ventisei studenti stranieri e una persona per la quale è stata attivata, per la prima volta, la carriera alias (cioè un profilo burocratico riservato agli studenti transgender). Nel 2025, nell’ambito del progetto, sono stati sostenuti complessivamente 227 esami, praticamente uno ogni due giorni.
I corsi più frequentati sono Scienze della comunicazione, Filosofia e Scienze politiche: “I più giovani spesso scelgono anche percorsi di studio che potranno aiutarli quando torneranno a essere liberi nella loro vita futura”, osserva Simonetta, “Anche se questo è un Paese per vecchi perfino nelle carceri”. In tanti iniziano a studiare durante pene molto lunghe e non sorprende che tra i sessanta e i settant’anni ci siano numerosi universitari. Il principio, però, è uno solo: “Non regaliamo nulla. Trattiamo i nostri studenti ristretti come quelli non ristretti”. Questo significa offrire tutte le opportunità possibili, ma anche bocciare chi non ha studiato o annullare un esame se vengono violate le regole. “Sono adulti responsabili”, sottolinea il prorettore, “e non adulti infantilizzati, come spesso vengono trattati in carcere”.
La maggior parte degli studenti ristretti appartiene a circuiti di media sicurezza. Ci sono cinque studenti che seguono il percorso universitario da detenuti al 41 bis e in 47 arrivano dall’alta sicurezza. Tra questi ultimi c’era anche Corrado, oggi in semilibertà. Studente di filosofia, durante una lezione dedicata alla responsabilità si discuteva di quanto il contesto possa influenzare le scelte individuali: “Anch’io pensavo di non poter fare diversamente. Ma da quando ho scoperto i libri e la filosofia, io e i miei compagni non abbiamo più alibi”, ha detto il detenuto. “Così lo studio può diventare uno strumento per abbandonare le autoassoluzioni e guardare con maggiore consapevolezza alle proprie responsabilità”, ha sottolineato Simonetta, ricordando la lezione. E ne è testimone anche Rocco, a sua volta lui proveniente dall’alta sicurezza e oggi in semilibertà. È stato il primo detenuto italiano a ottenere la semilibertà per ragioni di studio. La decisione è arrivata dopo che il magistrato è venuto a conoscenza della sua determinazione nel proseguire gli esami nonostante un trasferimento in un altro carcere avesse bloccato per due volte i pacchi con il materiale didattico inviati dall’università. Rocco è comunque riuscito a preparare e sostenere l’esame. Oggi lui stesso racconta, con orgoglio, agli studenti delle scuole di aver, a suo modo, fatto giurisprudenza.










