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di Manuela Messina

La Repubblica, 8 giugno 2022

“Da loro disegno criminoso per costringerlo al silenzio”. Tra il 2016 e il 2017 un detenuto che doveva testimoniare su presunte ruberie nel carcere di Velletri fu per mesi picchiato e minacciato da sette agenti di polizia penitenziaria. Le motivazioni della condanna: “Relazioni di servizio false e pressioni per certificati medici che nascondessero le botte”.

Calci, pugni, offese all’interno del carcere. Il tutto per intimidire un detenuto impedendogli di testimoniare in un’aula di giustizia, o inducendolo a testimoniare il falso. È successo nel carcere di San Vittore di Milano tra il 2016 e il 2017, e gli agenti che si sono resi responsabili di tali comportamenti sono stati condannati nel marzo scorso, in primo grado, a pene tra un anno e mezzo di carcere e 4 anni di carcere. Secondo le motivazioni di quella condanna, firmate dal giudice della settima sezione penale del Tribunale di Milano Mattia Fiorentini, gli agenti hanno agito con lo scopo di realizzare un unico “disegno criminoso”, ovvero “intimidire il detenuto per indurlo a non testimoniare, o a testimoniare il falso”. E non si sono fermati neanche durante il processo, scrive il giudice che ha negato le attenuanti generiche, in quanto hanno cercato anche di screditare la vittima e altri testimoni detenuti “attraverso la formazione di relazioni di servizio tendenziose, quando non radicalmente false” e facendo “pressioni per ottenere certificazioni sanitarie compiacenti subito dopo le aggressioni”.

Gli agenti della penitenziaria condannati a Milano erano imputati per le violenze (tra il 2016 e il 2017) a Ismail Ltaief, un detenuto tunisino di 55 anni pestato in carcere perché voleva testimoniare in un altro processo sulle ruberie nella mensa del carcere di Velletri. Secondo le accuse riportate in quel processo, gli agenti della penitenziaria in servizio nel carcere laziale (sono stati assolti di recente da queste accuse) avrebbero sottratto in grandi quantità carne e latticini, lasciando che i detenuti mangiassero solo pasta in bianco. Ismail Ltaief, che faceva il cuoco, era stato chiamato a testimoniare in quel processo. Stando all’indagine del pm Leonardo Lesti, quando il tunisino si è ritrovato nuovamente ristretto per altri fatti, stavolta a Milano, i colleghi di quegli agenti hanno messo in atto una serie di “comportamenti vessatori” con lo scopo di intimidirlo e impedirgli di testimoniare: calci e pugni, percosse col tirapugni, schiaffi e inviti a mettersi una busta in testa per ammazzarsi. Minacce di morte, rivolte anche alla moglie. Il tutto, dicono gli atti, con la ex direttrice del carcere Gloria Manzelli (in servizio fino al dicembre 2017 e mai indagata) che “senza mai avere ascoltato personalmente le ragioni del detenuto, ha basato le sue valutazioni unicamente su quanto riferitole de relato dagli agenti di custodia di cui peraltro conosceva la qualità di indagati, assumendo aprioristicamente le loro difese, come se gli atteggiamenti insolenti o maleducati del detenuto, peraltro indotti quantomeno in larga misura, dalla comprensibile frustrazione provata da Ltaief a seguito delle ingiustizie osservate e subite proprio durante il regime carcerario fin dai tempi di Velletri, potessero giustificare l’utilizzo della violenza (fisica e psicologica) da parte degli agenti”. Per questo, secondo il giudice, la deposizione di Manzelli “lungi dall’apportare elementi a discarico” degli imputati costituisce “un riscontro alla tesi accusatoria”.

Stando all’inchiesta, poi, uno degli agenti avrebbe chiamato “beduino” il detenuto e per sminuirlo davanti agli altri, gli avrebbe dato dell’“infame” e dello “spione”. In più occasioni, come ha riconosciuto il giudice, lo avrebbe picchiato con un metal detector. Il detenuto, invece, è stato ritenuto dal giudice assolutamente attendibile nonostante “la posizione di preminenza di cui godevano gli imputati e il clima di sottomissione percepito dai detenuti (...) era tale da indurre questi ultimi a tacere la maggior parte dei soprusi di cui erano vittime o alle quali assistevano”. Solo venerdì scorso è emerso che sempre a San Vittore due giovani detenuti, uno di 24 anni e uno di 21, si sono tolti la vita in pochi giorni nel settimo reparto della casa circondariale. A rivelarlo è stato l’Osservatorio carcere e territorio, di cui fa parte anche Caritas Ambrosiana, che sottolinea la crescente presenza nell’istituto milanese di persone affette da disturbi mentali.