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di Rosario Di Raimondo

La Repubblica, 12 maggio 2024

Sono 13 i ragazzi - tutti ancora in cella all’Ipm - convocati dalle pm perché chiamati in causa da altre vittime o che hanno chiesto di essere ascoltati. In tre hanno già parlato davanti ai magistrati. Per ore, negli uffici della procura. Sono serviti due pomeriggi per ascoltarli. E non è stato facile, con alcuni detenuti, instaurare subito un dialogo. Convincerli ad aprirsi, raccontare. La prima sensazione che descrive chi li ha visti è quella della paura. Alcuni erano italiani, per altri è stato necessario l’aiuto di un interprete. Fiumi d’inchiostro sui verbali, resoconti di botte e pestaggi. Poi di nuovo dentro. Al Beccaria.

Con meno clamore, ma non con meno intensità, va avanti l’inchiesta sul carcere minorile. La prima fase ha portato a ricostruire le storie dei detenuti che, secondo le accuse, sono stati vittime di torture, lesioni e maltrattamenti. Sulla base delle prime indagini, la gip Stefania Donadeo ha arrestato in carcere tredici agenti di polizia penitenziaria (quattro nel frattempo sono andati ai domiciliari) e sospeso otto loro colleghi (alcuni dei quali hanno ottenuto di poter tornare al lavoro ma non dov’erano in servizio prima). Per altre divise pende il Riesame.

Ora le indagini delle pm proseguono con l’ascolto di altri detenuti. Almeno tredici. Con una differenza, rispetto a prima: che salvo eccezioni non si tratta più di ex reclusi del Beccaria, ma di attuali ospiti del carcere. Con tutto il carico emotivo che questa differenza comporta, visto che bisogna parlare di luoghi dove, alla fine, poi bisogna ritornare. Dai primi tre interrogatori con i giovani detenuti sono in sostanza emersi racconti compatibili con quelli di chi ha già parlato prima. Pestaggi, botte e violenze. Parole che andranno verificate e blindate con le indagini, l’ascolto di testimoni, la visione di telecamere, l’analisi di cartelle cliniche, le verifiche sugli agenti di polizia penitenziaria.

Le nuove presunte vittime sono state individuate principalmente in due modi. Da un lato, si è arrivati a loro attraverso i racconti di altri ragazzi, che non hanno parlato soltanto delle violenze subite in prima persona ma hanno raccontato quello che poi pm e giudici hanno definito un “sistema” di violenze all’interno dell’istituto minorile. Dall’altro lato, sono stati alcuni ragazzi, attraverso i loro avvocati, a farsi avanti per chiedere di essere sentiti. Un altro fronte sarà quello di sentire i genitori, come già avvenuto per alcune delle vicende già accertate: “Aveva segni di percosse sul viso, un segno nero sotto l’occhio, la guancia arrossata. Mi disse che era stato picchiato da tre agenti”, raccontò la madre di un detenuto che aveva scoperto le botte al figlio soltanto in videochiamata e aveva scritto una mail all’ex direttrice del carcere Maria Vittoria Menenti: “So che lei è intervenuta a seguito delle urla. Ciò che è successo è gravissimo. Mio figlio è stato ammanettato e picchiato, l’impronta dell’anfibio era ancora sulla testa quando è giunto in pronto soccorso. I segni sulla psiche non si cancellano. Soffro al pensiero di come si sia sentito in quegli attimi terribili. Solo, maltrattato, impotente”.

Il fronte degli accertamenti sui giovani detenuti andrà avanti necessariamente per giorni, anche perché non è semplice. Poi le indagini - coordinate dalla procuratrice aggiunta Letizia Mannella e dalle pm Rosaria Stagnaro e Cecilia Vassena e condotte dalla Squadra mobile della Questura e dal nucleo investigativo della Polizia penitenziaria - si concentreranno sulla tranche delle presunte omissioni valutando le posizioni degli ex vertici del Beccaria, del personale educativo, sanitario, assistenziale. Di recente, la procura ha disposto l’acquisizione di tutte le cartelle cliniche dei detenuti durante gli ultimi due anni.