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di Andrea Di Franco*

Buone Notizie (Corriere della Sera), 16 novembre 2022

 Nonostante le azioni derivanti dalla condanna della Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo del 2013, gli studi degli Stati Generali dell’esecuzione penale del 2016, i lavori della Commissione ministeriale per l’architettura penitenziaria dell’anno scorso e l’incessante opera di monitoraggio e le indicazioni al Parlamento del Garante Nazionale, il carcere in Italia continua ad essere un territorio oppressivo.

Uso la parola “territorio”, perché il carcere è una figura complessa: lo è per le differenze tra i 192 istituti; ma lo è anche per la tortuosa proliferazione delle dinamiche di funzionamento interne a ogni struttura. E quando dico “oppressivo” intendo dire che tutti - detenuti, agenti, educatori, operatori, dirigenti cittadini e classe politica - subiscono, seppure in modi diversi, le resistenze al cambiamento che la inestricabile topografia carceraria offre.

Il cambiamento cui ci si riferisce è legato alle tante criticità che si rilevano negli istituti ma che si possono sintetizzare nella brutalità di questi due dati: primo, il 68% dei detenuti che transita per un carcere torna alla sua attività criminale; secondo, quest’anno, ad oggi, le morti dietro le sbarre sono state 178, di cui 77 per suicidio. Per “cambiamento” si intende dunque quello che dovrebbe condurre questa istituzione ad assolvere il suo mandato costituzionale: prendersi cura del condannato per poterlo reinserire nella società.

A Milano, dal 2013, un gruppo di ricerca del Politecnico di Milano di cui chi scrive è responsabile, ha fatto di questo “cambiamento” la propria materia di studio. Con gli strumenti della partecipazione, della comunicazione, del monitoraggio dei dati, con l’attivazione di percorsi multidisciplinari e interuniversitari, con il dialogo e la cooperazione con enti pubblici e privati, lavorando nel campo di studio insieme ai suoi “abitanti”, “Laboratorio Carcere” opera per comporre un progetto che realizzi concretamente degli spazi migliori.

Ad oggi, tracce dì cambiamento si sono sedimentate e ancora compaiono nei luoghi della casa di reclusione di Bollate: il lavoro è stato esposto fino al 6/11 al Padiglione di Arte Contemporanea, insieme alla colossale narrazione fotografica ad opera di detenuti e agenti negli istituti milanesi, curata dall’associazione “Riscatti” con Politecnico. Ora si è aperto un nuovo spazio di ricerca Off Campus Politecnico, accorpando due moduli-cella, nel primo raggio di San Vittore.

Il progetto di cambiamento, sostenuto dal direttore Giacinto Siciliano, giunge nel cuore della città. Il sindaco Giuseppe Sala all’inaugurazione ha tagliato il nastro e ha rilevato e denunciato le condizioni tragiche di questi spazi. Ma la forza di una città e di un’istituzione si misura dalla propria disposizione a vedersi in profondità, per attivare e condividere - anche con gli esclusi - le sue possibilità del progetto.

*Dipartimento di Architettura e Studi Urbani, Politecnico di Milano